Mirafori e legittimo impedimento, due giorni caldi

I prossimi due giorni ci diranno qualcosa di più chiaro sul futuro di questo Paese. Sono, infatti, previsti due esami decisivi su materiali incandescenti. La politica aspetta la sentenza della Consulta sul legittimo impedimento. L'economia guarda al referendum di Mirafiori. Appuntamenti di grande rilevanza destinati ad avere effetti di lungo periodo. I mercati, con la sensibilità un po' grossolana che li distingue, segnalano il disagio. Ieri l'asta dei Bot si è conclusa con tassi che non si vedevano da due anni. Di conseguenza si è allargata la forbice rispetto al bund tedesco. Segnali inequivocabili. L'incertezza spaventa i listini. A fine settimana l'Italia potrebbe essere un Paese meno stabile di prima. Meglio evitare inutili rischi. Per continuare a piazzare titoli del Tesoro, servono tassi più attraenti. Solo così Tremonti può ancora allettare investitori grandi e piccoli, italiani e internazionali. Una conferma, casomai, servisse, della delicatezza degli avvenimenti in calendario nelle prossime ore.
Alle scelte della Corte Costituzionale è legata, in larga misura, la sorte del governo. La caduta dello scudo per Berlusconi provocherebbe l'azzoppamento della maggioranza e, forse, l'apertura di una fase politica nuova. Dal referendum di Mirafiori dipende, invece, il futuro industriale di questo Paese. L'eventuale bocciatura aprirebbe le porte d'uscita della Fiat dall'Italia. Sergio Marchionne lo ha ripetuto ieri al salone di Detroit. «Se non vincono i sì torneremo tutti qui». Una maniera per dire che, la sconfitta al referendum spingerebbe il gruppo a concentrarsi sulle attività americane. Perdere a Mirafiori, culla dell'impero Fiat, avrebbe un significato simbolico ben più importante del voto di Pomigliano. Per l'impianto campano era pronto un piano B. Per Torino c'è solo l'abbandono e la cassa integrazione a perdere per 5.500 dipendenti.
Ecco perché non si capisce la testardaggine della Fiom nel proseguire lungo la strada dell'opposizione. Ieri si è aggiunta Susanna Camusso, neo segretario della Cgil, che, perdendo la sua tradizionale eleganza, ha rivolto un po' di insulti a Marchionne. È evidente che, dietro questi atteggiamenti c'è solo una trama politica. Non certo sindacale. Le rappresentanze operaie, da che mondo è mondo, trattano e poi firmano. Non si fanno accecare dal pregiudizio. La Fiom, invece, sta trascinando tutta la Cgil verso soluzioni disperate. Quella che un tempo si chiamava la bella morte. Non c'è possibilità di vittoria in questa partita. Se vincono i sì, come probabile, il sindacato di sinistra andrà incontro ad una nuova sconfitta che lo renderà sempre più marginale. Uscirà dalle rappresentanze interne e si trasformerà in un super-Cobas pronto a cavalcare tutti gli estremismi. Se invece dovessero vincere i no la conseguenza sarà immediata. La scomparsa dello stabilimento. Ci sarà il deserto ma alla Fiom piacerà chiamarla pace sociale. Perché tutto questo? Ideologia e veleni della politica. Incapacità di superare il concetto di lotta di classe che si sposa all'accanimento anti-governativo. Imperante Berlusconi la Fiom non firma nulla. Sperando così di far emergere le contraddizioni dell'attuale maggioranza. I destini del Paese? Che importa. E allora non c'è proprio da stupirsi se gli investitori per comprare Bot hanno chiesto rendimenti al record degli ultimi due anni.

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