Berlusconi non può permettersi di tirare a campare

Concediamoci un sogno di fine anno: un governo liberale che fa riforme di buon senso

Nessuno sa davvero se il nuovo anno ci porterà elezioni anticipate. Potrebbe saperlo Umberto Bossi, se ha già deciso di aspettare lo 'sparo di Sarajevo' per chiudere la legislatura. Qui la dietrologia galoppa fuori di ogni controllo. Le elezioni vedrebbero presumibilmente il centrodestra vittorioso alla Camera e senza maggioranza al Senato. Di qui la possibile rinuncia di Berlusconi alla guida del governo insieme con la designazione di un uomo di centrodestra che la Lega, con i voti in vistoso aumento, potrebbe indicare in Tremonti senza che il Cavaliere possa fare obiezioni. Ma si tratta, appunto, di dietrologia perché si può obiettare che i casi Merkel (Grande Coalizione in Germania) e Cameron (alleanza con i liberali in Inghilterra) dimostrano che il vincitore delle elezioni bisognoso di un alleato post elettorale per andare avanti non deve cedere necessariamente il ruolo di capo del governo. E poi, è davvero sicuro che Bossi voglia le elezioni?
Chi ha in mano la pistola di Sarajevo è Casini. Davvero è interessato a entrare nel governo con un paio di ministeri di peso, come si fantastica in queste ore? Se l'Udc tranquillizzasse la Lega sul federalismo la seconda fase della legislatura sarebbe assai robusta. Non è più probabile che Casini garantisca a Berlusconi un appoggio esterno non dichiarato, ma sostanziale, per rinviare il voto e rafforzare il Terzo Polo? Ma se l'appoggio fosse ondeggiante e il governo dovesse vivacchiare, ecco che al primo o al secondo sparo di Sarajevo la Lega staccherebbe la spina.
Lasciamo alla seconda metà di gennaio la verifica di queste ipotesi e concediamoci un sogno di fine anno. Un governo liberale che fa riforme liberali o meglio: riforme di buon senso. Se davvero Berlusconi avesse la forza, come egli sostiene ogni giorno, di governare fino alla fine della legislatura, non può sostenere - come Andreotti - che tirare a campare è meglio che tirare le cuoia. Difendere le corporazioni - dagli avvocati ai medici, dagli impiegati pubblici ai gestori dei servizi locali - può garantire voti, ma continua a paralizzare l'Italia come accade ormai da decenni. Berlusconi è arrivato nel '94 per dare una scossa. E le scosse sono scomode. Perché non si comincia la soppressione delle province da quelle delle aree metropolitane? Che senso hanno le province di Milano e di Roma, di Torino, di Napoli, di Palermo e altre ancora? Che fine ha fatto il disegno di legge approvato l'8 giugno scorso in commissione Affari costituzionali per l'abolizione delle province con meno di duecentomila abitanti (quattro sicure, tre in forse) ? Perché non accorpare i comuni più piccoli, visto che su 8101 comuni italiani ben 5740 hanno meno di cinquemila abitanti? E perché non farlo con gli uffici giudiziari minori? Né i governi di centrodestra, né quelli di centrosinistra hanno avuto finora il coraggio di affrontare questi temi che dovrebbero essere assolutamente bipartisan. Sull'abolizione delle province minori tutte le opposizioni hanno votato contro. Perché? Per ingraziarsi gli elettosi di Isernia e di Vercelli? E' questo che si chiede a una classe dirigente riformista?
Qui si apre un delicato problema. La strategia di Marchionne a Mirafiori e a Pomigliano dimostra che la globalizzazione non è roba di cui discutere in un centro studi, ma ha ricadute decisive su moltissimi lavoratori e - in prospettiva - sulla stessa economia del Paese. La Fiom potrà invocare tutti gli scioperi generali che vuole, ma legare la sorte delle aziende - e quindi dell'occupazione - agli schemi rigidi del passato serve soltanto a certificare l'isolamento di una gloriosa sigla metalmeccanica con il rischio di imprigionare in uno schema perdente la nuova Cgil e una fetta non irrilevante del Partito democratico. Il Pd deve decidersi. Il 'ma anche' non funziona più. Ha perso una grande occasione non approvando la riforma universitaria, la prima vera scossa, anche se parziale, a un sistema immobile, flaccido e clientelare. Sfidi Berlusconi (e Berlusconi sfidi la sinistra) sulle riforme che abbiamo citato più sopra. E magari anche su quella - attesissima - della riduzione dei parlamentari e - perché no? - del Senato federale. Se non c'è accordo sui poteri del primo ministro, si faccia intanto il resto. Una sola cosa Berlusconi non può permettersi se vuole davvero distinguersi dalla ormai lontana Prima Repubblica. Tirare a campare. Ma paradossalmente la stessa cosa vale per Bersani.

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