Università, l’importanza della riforma

Una riforma da sostenere. Oggi il Senato vota, in sede definitiva, dopo una peregrinazione di due anni, la legge Gelmini sul riassetto accademico italiano.
La vicenda universitaria non è problema che riguarda solo gli addetti ai lavori, ma è questione di vitale importanza per i giovani, i cittadini,il Paese tutto. È da circa mezzo secolo che manca una riforma organica degli atenei, con una serie di progetti sempre finiti nel dimenticatoio o nelle catacombe degli archivi. La mancata approvazione farebbe diventare Sisifo emblema delle università d’Italia.
Sisifo fu punito da Giove che lo confinò nell’oltretomba, dove era costretto a spingere un macigno verso la cima di un monte, facendolo rotolare con le mani e con la testa. Ma il massofiniva sempre per precipitare indietro. Il disegno di legge Gelmini tenta di rimediare ai guasti di 50 anni di decreti, norme e provvedimenti che si sono susseguiti in maniera incoerente e sussultoria, con la conseguenza che hanno condotto il nostro sistema universitario a divenire un puzzle scomposto, disordinato e sconfortante. La sconfitta del progetto in esame al Parlamento, sarebbe un ulteriore successo dello status quo e delle corporazioni.
Il freno conservatore, il partito più antico e peggiore d'Italia. Una disfatta per tutti.
I cardini del disegno di legge Gelmini sono corretti e coerenti: meritocrazia; reclutamento; internazionalizzazione; determinazione di valori e premialità; governante e mandati a termine;
severa dieta dimagrante con riduzione del numero dei corsi di studio, sedi decentrate, materie,
settori scientifico-disciplinari; sana gestione amministrativa. Meritocrazia, responsabilità e valutazione appaiono gli elementi più innovatori. La rete del sistema dell'alta formazione, nel nostro Paese, è un pachiderma in gran parte inefficiente.
Una galassia composta da 95 atenei; 320 sedi distaccate per motivi di campanile, talora in borghi isolati o in amene località turistiche; 5.500 corsi di laurea e 170.000 insegnamenti; 37 corsi di laurea attivi per un solo studente; 60.000 professori, dei quali 23.000 ricercatori, inclusi nel totale 30.000 docenti assunti con ripetuti inquadramenti ope legis dagli anni '80 del secolo scorso, mai sottoposti ad alcun controllo.
Antica politica di contrasto al merito, per la quale nei decenni trascorsi variegate persone orbitanti nelle università venivano promosse a professori. A fronte di tanti docenti onesti e laboriosi, persiste una quota cospicua che si è acquartierata nelle sedi universitarie, considerate falansteri con rendite di posizione.
Chi attacca con violenza la Gelmini - con la principale accusa di "precarizzazione" – sconosce (o fa finta) il funzionamento delle università in tutti gli Stati civili e avanzati. L'Italia è l'unica nazione, nell'universo mondo, dove permangono tre livelli di docenza stabili: professori ordinari, associati e ricercatori. Un pianeta ingessato, che impedisce il ricambio. Un tappo inamovibile di cemento sulla strada di molti giovani. Per contro, nei sistemi universitari accademici stranieri, non esistono mai ruoli  perenni, in specie quanto più l'università è di prestigio.
È necessario un lume di futuro, per un cambiamento non più postergabile. Decidere, programmare, valorizzare il merito attraverso la cultura della valutazione.
Non si comprende pertanto l'aggressività di tanti giovani. Perdura vischiosa una cultura pseudo - egualitaria, con slogan vetero - populisti degli anni '70 – vale a dire quarant'anni addietro - quali la richiesta rétro del docente unico. A questo contesto si aggiungono nuove ritualità, rappresentate attraverso un alpinismo urbano che scala tetti e monumenti.
Comprendiamo l'ansia dei giovani che temono di essere spogliati del futuro. Critiche e
proteste sono sempre legittime, se non prevale la logica della piazza, con devastazioni, incendi
e barricate. Violenza che poi si ritorce contro le comprensibili aspettative ed è «foriera di sconfitte», come ha sottolineato due giorni addietro il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Cerchiamo di analizzare pregi e limiti di questo necessario riassetto, pur perfettibile in sede di applicazione e di decreti attuativi.
Sono certamente condivisibili: reclutamento e abilitazione nazionale, che tentano di frenare le camarille consumate nelle sacrestie accademiche; assenza di parentele per chi aspira al posto di professore o ricercatore; scatti retributivi solo su base meritocratica; obblighi e presenza a
lezione dei docenti; ricercatori e tempo determinato, secondo il metodoanglosassone della tenure track; modifica della governance, con principali mandati accademici a termine; verifiche più capillari e sistematiche, che sarebbe bene estendere al personale tecnico-amministrativo e sanitario; risorse trasferite in base al merito e con studenti che esprimeranno giudizi sui professori; riduzione dei settori scientifico - disciplinari, corsi di studio, facoltà, dipartimenti, primo passo avanti nella semplificazione di troppi e obesi organismi assembleari; nuova figura del direttore generale e introduzione della contabilità economico-patrimoniale, che permetterà finalmente di leggere i bilanci per evitare i dissesti finanziari, per cui tutti gli atenei sono in rosso.
Destano invece preoccupazione: la possibile trasformazione aziendalista dell'alta formazione,
quasi ufficio studi e consulenza delle imprese; la presenza di esterni nel consiglio di amministrazione, che nelle regioni – come la Sicilia - quasi prive di industrie o enti dotati di risorse potrebbe avere come conseguenza la cooptazione di nomi dettati dalla politica; la possibile riduzione di servizi agli studenti; l'esorbitante numero di norme, 100 nella legge otre a circa 100 regolamenti, con eccesso di burocrazia; l'autonomia che rimane nebulosa,anche se ripetutamente celebrata come una sacra ostensione. Aleggia ancora una cappa di centralismo.
Inoltre - ed è uno dei nodi più importanti- gli investimenti in ricerca, conoscenza e alta formazione sono insufficienti e limitati, rispetto alle altre nazioni dell'Europa. La situazione economica è grave in tutti i Paesi industrializzati. Bisogna chiamare a raccolta fondazioni, banche, imprese e tutti i privati disponibili. Questi enti – che spesso criticano e si lamentano a gran voce - danno in tutti i Paesi dell'Unione Europea apporti contributivi superiori al doppio di quanto elargiscono in Italia. A fronte di queste ombre è da rilevare che i testi delle opposizioni perdurano modellati su grande accentramento ministeriale e assetti derivati da marcato statalismo, inadatti all'evoluzione dei tempi.
La Gelmini è una legge seria, anche se non epocale. Il via libera alla riforma è solo il primo passo. Dobbiamo costruire insieme - politica, cittadini, professori, studenti – la nuova università sulla base di una visione e un'idea generale e condivisa della società futura. Bisogna riprendere il dialogo con i giovani e studenti, che si è rotto forse per errori di comunicazione, su qualità della formazione, innovazione, welfare, ricognizione sulle possibilità di lavoro.
La rotta deve essere segnata da una bussola particolare: la Costituzione, la nostra Bibbia civile. Senza mai dimenticare che la Carta costituzionale deve essere sempre considerata non solo come fonte di diritti, ma soprattutto di doveri verso la comunità.

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