I politici di oggi e il federalismo

Quando nel 1950 fu creata la Cassa per Mezzogiorno le condizioni economiche e sociali di vaste aree del sud non erano migliori di quelle dei paesi del Magreb. L'Italia era divisa in due: una parte guardava all'Europa industriale e ne condivideva i ritmi di crescita; per l'altra vi era una sostanziale continuità con il sottosviluppo del continente africano.
Per tutto l'arco della sua esistenza, fino alla prima metà degli anni 80, la Cassa operò in svariati settori, dalle grandi opere allo sviluppo industriale, alle iniziative turistiche.
Molti interventi restarono incompiuti, altri furono dettati esclusivamente da esigenze clientelari, altri ancora ebbero un discreto successo. La letteratura storica più recente sembra rivalutare il ruolo della Cassa per il Mezzogiorno a scapito dei giudizi non certo lusinghieri che ne seguirono l'estinzione. La ragione di questa rivalutazione è evidente. Si confronta il periodo storico nel quale la Cassa ebbe maggiori responsabilità operative con quanto avvenne dopo, dalla seconda metà degli anni ottanta. Negli ultimi venticinque anni le risorse straordinarie europee e nazionali sono state assegnate alle regioni meridionali e all'intervento ordinario delle regioni è stata affidata la responsabilità di colmare il divario.
I risultati sono evidenti e i commenti superflui. Nel trentennio della gestione della Cassa vi furono anni nei quali il PIL del Sud cresceva più velocemente di quello del Nord e il divario fu in parte colmato.
Negli anni successivi le tendenze si invertirono e non di rado talune giunte regionali più che consessi politici si dimostrarono delle pure associazioni a delinquere. Il federalismo eredita i risultati di questi due periodi precedenti e prende avvio in un contesto culturale di profonda regressione dell'autorità dello Stato e del senso dell’unità nazionale.
Alle tendenze secessioniste del Nord si contrappongono tesi storiche mal fondate e sentimenti di rivalsa che rappresentano il Sud come un territorio oppresso dai nordisti e da questi ultimi perennemente sfruttato.
L'età della Cassa per il Mezzogiorno, l'età di mezzo del malcostume regionalista e quella secessionista di oggi hanno un tratto comune del tutto evidente che si chiama assistenzialismo: l'idea che la responsabilità dell'insuccesso sia sempre di altri, il rifiuto di far leva su se stessi, di riconoscere umilmente le proprie responsabilità e di migliorare contando soltanto sulle proprie forze e sul proprio spirito di sacrifico. Ora le classi dirigenti meridionali devono affrontare una grande discontinuità, le nuove logiche del federalismo.
Basta guardare ai recenti decreti sulla spesa degli enti locali e alle sanzioni che puniscono i politici incapaci e corrotti alla guida degli enti territoriali per comprendere che queste nuove logiche fanno capo a un sacrosanto principio, quello della responsabilità. Questo principio è esattamente il contrario dell'assistenzialismo, del clientelismo e dello sperpero delle pubbliche risorse.
Le classi dirigenti del Sud hanno di fronte a sé una nuova sfida. Se sapranno vincerla la strada difficile della mitigazione del divario potrebbe essere finalmente aperta e percorsa. Gli amministratori degli enti locali, i sindaci, i presidenti delle province e i governatori regionali dovrebbero finalmente comprendere che dopo il definitivo tramonto delle ideologie, il vero primato della politica consiste nella buona amministrazione. La buona amministrazione è un duro lavoro quotidiano di costante comprensione e soluzione dei problemi dei cittadini da quelli più grandi a quelli più minuti.
È la ricerca della concretezza che avviene attraverso il quotidiano contatto con la gente. Un buon sindaco è oggi l'efficiente amministratore di un condominio più che un leader dall'eloquio trascinatore che sfrutta il proprio ruolo soltanto per partecipare a manifestazioni politiche e rinforzare la propria immagine. La carica non deve essere una leva per aspirare a ruoli più importanti ma un umile servizio svolto con quotidiana pazienza senza le «feluche» e i giramenti di testa del potere.
Se le classi dirigenti del Sud finalmente capiranno che questo è il nuovo messaggio che la gente apprezza più di ogni altro, il federalismo verrà ricordato come la riforma più importante dell'inizio di questo secolo. Ma se avverrà il contrario bisognerà finalmente prendere atto che l'Italia non potrà mai essere un'unica nazione con tutte le inevitabili e giuste conseguenze.
Sono queste le ragioni per le quali la gente deve ricordare i nomi dei politici che si oppongono alle sanzioni previste dal decreto sul federalismo. Questi politici hanno certamente molte cose da nascondere e la gente deve mandarli definitivamente a casa.

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