Wikileaks, prime crepe nei rapporti internazionali

Una settimana dopo l'inizio della pubblicazione di 250.000 documenti riservati del Dipartimento di Stato da parte di Wikileaks - definito da Frattini l'11 settembre della diplomazia - nessuna torre è ancora crollata. Le «spiegazioni» - per non dire le scuse - che Hillary Clinton si è affannata a fornire a tutti i governi coinvolti hanno contribuito a puntellarla. Ma le crepe nei muri non mancano e, se i tentativi di fermare il fiume delle rivelazioni attualmente in corso dovessero fallire, sono destinate ad allargarsi. La prima conseguenza della più grande fuga di notizie della storia potrebbe essere proprio di aumentare quella segretezza nei rapporti internazionali che Julian Assange afferma di volere combattere: i diplomatici (soprattutto americani, ma anche degli altri Paesi) incontreranno maggiori difficoltà a ottenere informazioni, le comunicazioni tra governi e anche tra le varie agenzie dei singoli Stati saranno meno esplicite, l'uso della rete informatica diventerà più controllato. La constatazione della estrema vulnerabilità degli attuali sistemi di archiviazione costringerà tutti a rivedere le procedure in senso restrittivo. «Non avremo più fiducia gli uni negli altri» è stato l'accorato commento dell'ex ministro degli Esteri francese Kouchner. «È a rischio la stessa capacità delle diplomazie di gestire le crisi più delicate, come quella coreana o quella mediorientale» ha osservato l'ex vice ministro degli Esteri tedesco Ischinger. Nessun Paese, infatti, vuole ripetere l'esperienza americana, anche se sembra che Wikileaks abbia già trovato degli emuli: risulta infatti che Al Akhbar, un giornale libanese vicino a Hezbollah e quindi all'Iran, sia riuscito a mettere le mani sui documenti riservati di otto Paesi arabi e si appresti a metterli in rete.
In apparenza, a tutt'oggi lo tsunami Wikileaks ha fatto una sola vittima: un certo Metzner, assistente del ministro degli Esteri tedesco Westerwelle, identificato come la talpa degli americani durante i negoziati per la formazione del governo e prontamente licenziato. La cancelliera Merkel, pur definita una specie di Re Tentenna, non sembra essersela presa più che tanto. Ma, in altri Paesi i dispacci degli ambasciatori, con i loro giudizi spesso taglienti, ma talvolta anche un po' approssimativi e soprattutto partigiani, hanno aperto ferite che non si rimargineranno tanto facilmente, anche perché i media - almeno dove sono liberi - tendono a rigirare il coltello nella piaga. Il caso dell'Italia è, sotto questo rispetto, abbastanza emblematico: tutti si scatenano per i rapporti con Putin, come se prima non si conoscessero. Ma anche in Spagna, il cui premier Zapatero è stato maltrattato forse peggio di Berlusconi, la pubblicazione dei documenti ha avuto una vasta eco; e gli inglesi, alleati storici degli USA, non sono certo felici degli apprezzamenti negativi sull'efficienza delle loro Forze armate o sull'educazione del principe Andrea. Assai delicato è il caso della Turchia, da cui è partito il maggior numero di dispacci finora pubblicati: anche se Washington continua a sponsorizzare il suo ingresso nella UE, è emerso che il Dipartimento di Stato diffida profondamente del suo primo ministro Erdogan e soprattutto del ministro degli Esteri Davitoglu, considerato vicino agli estremisti islamici e principale responsabile della rottura con Israele. Ma l'amministrazione Obama è preoccupata soprattutto della reazione della Russia, definita in un dispaccio uno Stato-mafia: per ora il presidente Medvedev si è limitato a rilevare il «cinismo» degli americani, ma per capire come Mosca l'ha presa dovremo aspettare la prossima crisi.
Bisogna aggiungere che c'è anche una faccia positiva della medaglia: la pubblicazione dei documenti ha fatto luce su alcune situazioni, contribuendo, in un certo modo, a renderle più gestibili: abbiamo avuto per esempio la conferma che quasi tutto il mondo arabo condivide i timori di Israele di un Iran dotato dell'arma atomica, appreso che neppure i cinesi capiscono quello che succede davvero nella Corea del Nord, e scoperto che il presidente dello Yemen è pronto a reprimere la pericolosissima sezione locale di Al Qaeda a patto che gli americani lo paghino il giusto («Altrimenti, questo Paese diventerà peggio della Somalia»). Ora sappiamo anche che i finanziamenti di Al Qaeda arrivano, per la maggior parte, dai Paesi arabi alleati dell'America, Arabia saudita in testa. Ma non basta certo ad assolvere Assange, che - in una intervista di ieri sera al sito di El Pais - sostiene di essere minacciato di morte dagli americani e, sentendosi in pericolo, contrattacca pesantemente: se Obama sapeva dell'ordine dato ai diplomatici americani al Palazzo di Vetro di spiare Ban Ki-Moon e 38 ambasciatori, si deve dimettere. Una pretesa abbastanza assurda, che la Casa Bianca non prenderà sul serio, o piuttosto un tentativo di ricatto per cercare di salvarsi ancora una volta, adesso che la comunità internazionale sembra decisa a procedere davvero contro di lui.

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