La dura diagnosi di Marchionne

Sergio Marchionne ha scoperto le carte. Fare industria in Italia è sempre più difficile. Se la Fiat fosse una multinazionale come le altre avrebbe già chiuso le attività nella penisola per trasferirle altrove. La sua diagnosi è durissima. Il sistema-Paese fa perdere competitività a tutte le aziende che combattono ogni giorno in un mercato più globale. Dietro l'angolo c'è il rischio della de-industrializzazione e del declino. Il mercato dell'automobile è sempre più globale e sempre di più sono necessarie economie di scala per le case automobilistiche al fine di risparmiare e competere.
Con cinque stabilimenti la casa automobilistica torinese produce lo stesso numero di autoveicoli di un unico stabilimento in Polonia o in Brasile. Le fabbriche italiane sono troppo piccole e la produzione troppo frammentata.
Questa situazione deriva da un rapporto perverso tra Fiat e i diversi governi che si sono succeduti negli anni. In cambio di aiuti l'azienda ha deciso di sostenere l'occupazione in tutta Italia, senza guardare troppo al conto economico. Poi la situazione veniva riequilibrato su un altro fronte. A cominciare dalle periodiche svalutazioni della moneta. Ora questo scambio perverso si è rotto. Il gruppo torinese non chiede incentivi allo Stato. Vuole semplicemente le condizioni per competere con gli altri. L'Italia ha ormai perso da anni il treno degli investimenti esteri e questa debolezza è stata pagata a caro prezzo. La caduta del numero di autoveicoli prodotti in Italia è stata tale che nel 2008 sia Belgio che Repubblica Ceca hanno fatto uscire dai propri stabilimenti più auto che l'Italia. La produzione italiana è solo di Fiat e nessun altra casa automobilistica produce veicoli.
La produzione mondiale è sempre più globale, così come la domanda di autoveicoli. Nel 2009 in Cina sono stati venduti più autoveicoli che negli Stati Uniti, mentre in molti paesi europei la domanda è stata sostenuta da incentivi che hanno dopato le vendite. E il doping fa male come dimostra il calo a due cifre del mercato nel 2010. Marchionne chiede semplicemente di poter concorrere ad armi pari con gli altri. Lo chiede al governo perché finalmente dia il disco verde alle necessarie riforme. Per esempio passando dal vecchio Statuto dei Lavoratori allo Statuto dei Lavori. Al sindacato chiede di superare il vecchio steccato fra padrone e operai. Chiede maggiore efficienza e più produttività. In cambio offre salari più alti. La Cgil è ferma sulle posizioni. Continua a ragionare secondo schemi degli anno '70. Pretende diritti. Non parla mai di doveri. Il problema è molto semplice: le fabbriche dell'auto per restare competitive devono far diminuire il costo del lavoro per unità prodotto. Significa lavorare di più e, soprattutto, lavorare meglio. Vale per l'auto.
Ma non solo. I sindacati tedeschi, per salvare il lavoro in Germania, hanno accettato aumenti dell'orario di lavoro a parità di salario. Marchionne è pronto ad andare oltre. È disponibile ad appesantire le buste-paga e ad investire venti miliardi portando in Italia la Panda attualmente fabbricata in Polonia. Chiede però di avere delle fabbriche governabili. Sindacati e classe politica devono rispondere. Poi ognuno prenderà le sue decisioni.

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