Il voto in Brasile nella direzione segnata da Lula

Il Brasile sa dove vuole andare: nella direzione segnata dagli otto anni di Luiz Inacio Lula da Silva. Lo confermano, oltre ai dati oggettivi del suo boom economico (anzi, economico-sociale), gli ultimi rilevamenti sulla popolarità del leader: se fosse stato domenica fra i candidati alla presidenza, Lula avrebbe raccolto l'85 per cento dei voti. Ciò non gli era possibile e allora egli ha gettato gran parte del suo peso sulla bilancia in appoggio a un "sostituto" molto meno noto e, di conseguenza, molto meno popolare, emerso solo negli ultimi tempi e confrontato con una opposizione suddivisa ma agguerrita. Il Principe Ereditario si chiama Dilma Rousseff, che di principesco ha ben poco: figlia di un immigrato bulgaro, ha avuto un passato soprattutto di guerrigliera nella lotta clandestina contro la dittatura militare dell'ultimo quarto del secolo scorso e una conseguente fama di "estremista".
È su questo background che va giudicato l'esito di domenica, il primo turno delle presidenziali: il "brutto anatroccolo" non si è ancora trasformato definitivamente in cigno, ma è sulla buona via: Dilma è arrivata in testa in un campo agguerrito con il 47 per cento dei voti, superando così nettamente il vero rivale, Josè Serra (di origini calabresi)l'esponente del ricco Sud del Paese e candidato di un centrodestra che ufficialmente - questa è l'aria che tira in Brasile - si chiama Partito Socialdemocratico.
La Rousseff è costretta dunque al ballottaggio, in calendario per il 31 ottobre con eccellenti probabilità di farcela anche se sul suo cammino è sbucato un secondo rivale inatteso: un'altra donna, uscita pure dal Partito dei Lavoratori, cioè da casa Lula, ma contrassegnata politicamente da un intransigente "vangelo" ecologista, di originale risonanza, centrato com'è sulla difesa della Grande Natura del Bacino delle Amazzoni.
Si chiama Marina Silva. Eliminata nonostante il suo sorprendente 20 per cento dei suffragi, dovrà decidere se convogliare i suoi sostenitori verso Dilma oppure invitarli a una compatta astensione di protesta, che potrebbe aiutare Serra, che si è fermato al 32 per cento. È molto improbabile che ciò accada, ma non è escluso: la Silva è oratrice appassionata e trascinante, molto più di quanto non lo sia la Rousseff; che però avrà nel suo angolo il Supercampione.
In realtà sembra improbabile che i brasiliani scelgano la Protesta. Se lo facessero, stupirebbero il mondo, perché oggi vi sono ben pochi Paesi che non provino invidia per lo stato di salute del gigante sudamericano. Il Brasile non è più un Paese Emergente. Il Brasile non sa più cos'è un debito estero o una pressione del Fmi: dispone di riserve di duecento miliardi di dollari, l'inflazione è sotto controllo, il suo tasso di disoccupazione è la metà di quello americano e dei Paesi europei messi meglio, la Borsa di San Paolo è in continua ascesa, la sua valuta, il real, continua a guadagnare terreno sul dollaro, l'euro, la sterlina e la stessa valuta cinese. Ad alimentare questo suo "miracolo" ci sono immensi giacimenti di petrolio. L'economia brasiliana è già l'ottava del mondo, forza traente di quel Bric, "inventato" dai russi ma diventato realtà in Cina, in India e, adesso, in Brasile.
Una fioritura lussureggiante, che coincide con i due quadrienni di Lula, spiega la sua straordinaria popolarità e smentisce giorno dopo giorno i pregiudizi negativi che regnavano su di lui, un "proletario", un sindacalista, un cofondatore del Partito dei Lavoratori, in gioventù organizzatore di scioperi, a lungo considerato un estremista. E che, una volta salito al potere, ha sviluppato, invece di capovolgerle, le intuizioni del suo ultimo predecessore di destra e, invece di soffocare (come si temeva) l'iniziativa privata, l'ha energizzata con una carica sociale, ha spalancato le porte agli investimenti stranieri e al tempo stesso trasformato il Brasile in un grande investitore all'estero. Il Miracolo Brasiliano. In quasi tutti i settori un boom di dimensioni paragonabili a quello della Cina e dell'India, con più eguaglianza che in India e infinitamente più libertà che in Cina.
Le cifre a confronto dimostrano che è il Paese più "capitalista" fra i componenti del Bric e anche quello che ha saputo ridurre la povertà in misura infinitamente superiore rispetto agli altri Paesi del boom. Per questo appare impensabile che il 31 ottobre si verifichi una sorpresa che inverta la rotta. I punti di vulnerabilità di Dilma Rousseff sono reali, ma l'ombra del suo predecessore sembra renderla invulnerabile.

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