Agguato a Belpietro, come al tempo delle Brigate Rosse

Quando Indro Montanelli fu ferito alle gambe dalle Brigate Rosse il 2 giugno 1977, il «suo» 'Corriere della Sera' ne tacque il nome sia nel titolo che nel sommario. Eppure si trattava del più grande giornalista italiano. Ma in quegli anni Montanelli pendeva a destra, perciò sparargli era sgradevole, ma non grave. Per entrare nel salotto buono dell'intelligencjia italiana ed essere collocato sull'altare, il buon Indro dovette aspettare il '94, quando litigò con Berlusconi, non condividendone la discesa in campo e le aspettative di sostegno dal «Giornale» che aveva fondato nel '74, quando fu cacciato dal «Corriere». Gli avessero sparato allora, sarebbe stata tutt'altra storia.
Ho ripensato a questo episodio conversando ieri mattina con Maurizio Belpietro alla radio e leggendo messaggi degli ascoltatori che erano solo in parte solidali. Alcuni dicevano che l'attentato fallito era una montatura, altri che la montatura serviva a far dimenticare le difficoltà del centrodestra. Uno ha scritto: «La prossima volta ci vadano col bazooka, così non sbagliano». «Temo che non diventeremo mai un paese normale», mi ha detto ieri Belpietro, alludendo all'etichetta stampata su chiunque esprima un'opinione appassionata, anche se discutibile. E la storia ci insegna che esprimerla da destra o comunque dal fronte moderato è più difficile.
Le Brigate Rosse fecero le loro prime azioni all'inizio del '72, ma si dovette aspettare il sequestro Moro perché tutti rinunciassero a chiamarle «sedicenti», lasciando credere che fossero provocatori di destra manovrati dai soliti servizi deviati o dallo stesso ministero dell'Interno. Per lungo tempo i terroristi furono chiamati «compagni che sbagliano», fino all'assassinio di un eroico operaio genovese, Guido Rossa (24 gennaio 1979) che aveva denunciato alcuni fiancheggiatori delle Br all'Italsider. Perché Rossa era la prima vittima comunista del terrorismo. Soltanto allora ci fu la grande svolta che risultò determinante per prosciugare l'acquario in cui navigavano i pesci rossi e battere il terrorismo.
Maurizio Belpietro è uno dei giornalisti professionalmente più preparati che conosca. Due ore prima dell'attentato era con me nello studio di «Porta a porta» a discutere pacatamente di politica con Angelino Alfano e Anna Finocchiaro. Posso non condividere l'insistenza della campagna sua e di Feltri sulla casa di Montecarlo abitata dal cognato di Fini. Posso convenire che il titolo di una sua trasmissione televisiva, «L'antipatico», sia una realistica e spiritosa aderenza al carattere del personaggio. Ma immaginare di metterlo a tacere con un colpo di pistola ci fa ripiombare nell'abisso ideale che va dall'attentato a Togliatti del luglio '48 a quello a Berlusconi del dicembre 2009.
Il Cavaliere è la persona più odiata della storia d'Italia. Anni fa me ne spiegò con pacatezza le ragioni Fausto Bertinotti: «Prendi il militante dell'ex Pci che ha aspettato una vita di poter andare al governo. Ha rinunciato ogni anno alle ferie per fare il volontario alle feste dell'Unità, non ha comperato la pizza ai figli per dare il contributo al partito e quando finalmente nel '94 sta per coronare il sogno di una vita, arriva dalla sera alla mattina il magnate delle televisioni e gli scippa il governo e la speranza. 'Ma io quello lo ammazzo', dice».
In senso metaforico, ovviamente. Ma non per tutti, a quanto pare. Chi conosce Feltri e Belpietro sa bene quanto sia ridicolo immaginare il Cavaliere che gli detta la linea. Anche perché spesso - Feltri soprattutto - gli ha procurato più di un guaio. Ma nell'ottica italiana, entrambi i direttori sono accomunati nell'odio a Berlusconi. La verità, purtroppo, è che c'è un'ala della pubblica opinione che vuole zittire lo schieramento opposto.
«Il Fatto quotidiano» titolava l'altro giorno a proposito delle disposizioni della Rai sul pluralismo: «Bavaglio di Masi. Imposto il contraddittorio a Santoro». Contraddittorio uguale bavaglio. Non si può avere il confronto delle idee. Non si può dire: caro Belpietro, perché un giorno non apri sulla crisi economica invece che su Montecarlo? No, gli va uno sulle scale di casa con la divisa della Finanza e la pistola carica. Ammettiamolo: non è una bella Italia.
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