Pugno duro contro i talebani

Il brutale assassinio di dieci operatori umanitari occidentali, che erano in Afghanistan dal 1966, nulla avevano a che fare con il corpo di spedizione americano o con la Nato e che avevano come unica "colpa" di avere una Bibbia in tasca è più di una notizia tragica: è la conferma che la guerra ha assunto una dimensione disumana, in cui i Talebani sono pronti a qualsiasi eccesso per fare capire alla popolazione che gli stranieri sono tutti nemici, che chiunque abbia a che fare con loro rischia la vita, che - costi quel che costi - il Paese deve tornare sotto la sferza della sharia. In un momento in cui il corpo di spedizione occidentale, ora affidato al generale Petraeus, ha come parola d'ordine «Il nemico non è un obbiettivo, ma un ostacolo al raggiungimento dei nostri obbiettvi», in cui viene stabilito che «una operazione militare che abbia come vittima collaterale un solo bambino deve essere considerata un fallimento», dall'altra parte si preme cinicamente sull'acceleratore di una guerra fatta combattuta quasi soltanto a base di agguati, mine, attentatori suicidi e massacri insensati. Viene da chiedersi non solo come sarà possibile vincere una guerra in cui le parti usano metodi così diversi, ma anche su quali basi il presidente Karzai - e quella parte della diplomazia occidentale che lo sostiene - pensa di potere arrivare a una riconciliazione con un avversario capace di commettere certi crimini. In questa chiave, ha fatto scalpore la copertina della rivista "Time" che mostrava una giovane (e bellissima) afghana, cui il marito fondamentalista aveva tagliato il naso e le orecchie per punirla di una fuga da casa e che era corredata dal titolo «Che cosa accadrà se lasciamo l'Afghanistan» (senza punto interrogativo - ndr). Nel servizio, si raccontava che le donne afgane che, dopo la cacciata dei Talebani hanno conquistato una serie di diritti, sono certe che torneranno a perdere tutto una volta che le truppe occidentali avranno lasciato il Paese, perché Karzai, dovendo fare per forza delle concessioni per convincere i Talebani a deporre le armi, non esiterà a sacrificare proprio loro.
A sentire Obama, alle prese con una opinione pubblica sempre più inquieta dopo che il mese di luglio è stato per gli americani il più sanguinoso dall'inizio del conflitto, queste considerazioni non impediranno che a luglio dell'anno venturo inizi il ritiro. Qualcuno (gli olandesi) se ne è già andato, altri (i canadesi) stanno per seguirli, e in quasi tutti i Paesi che partecipano al corpo di spedizione si aspetta solo che la strategia del disimpegno americano prenda forma. La pubblicazione da parte del sito-pirata Wikileaks di oltre 90mila documenti segreti del Pentagono, da cui sono emerse una volta di più le frustrazioni e l'impotenza del più potente esercito del mondo di fronte a un nemico tanto feroce quanto inafferrabile e le difficoltà derivanti dalla corruzione del governo Karzai e dal doppio gioco dell'alleato pakistano, ha ulteriormente aumentato il tasso di pessimismo. Tutti i governi sono consci che un ritiro è impensabile prima di avere garantito che l'Afghanistan non torni a essere la base operazionale di Al Qaeda che era prima del 2001 e che i fondamentalisti sparsi per il mondo non possano cantare vittoria, ma non sono disposti a un impegno infinito. Purtroppo, la luce in fondo al tunnel per ora non si vede.
Si ha un bel dire che i Talebani sono una cosa e Osama Bin Laden e i suoi combattenti arabi, ceceni, uzbechi e yemeniti un'altra e che perciò il modo migliore di togliersi dalla trappola afghana senza perdere tutto è di dividerli. La verità è che non solo Talebani e Qaedisti sono alleati, ma anche che combattono per la stessa causa, e che comunque nell'immaginario collettivo sono completamente identificati. Un delitto come quello dei medici cristiani rientra perfettamente negli schemi di Al Qaeda. Perciò, esso deve essere assolutamente punito nel modo più severo se vogliamo mantenere la nostra credibilità, perché agli occhi delle popolazioni civili in bilico tra i due fronti e il cui cuore - dice Petraeus - noi dobbiamo conquistare (ma tra le quali la cultura della violenza è radicata da sempre) accettare questo crimine sarebbe un segnale che diamo ormai la partita per perduta.

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