Governo al sicuro? Difficile dirlo

«Noi non voteremo mai contro il governo e il nostro gruppo sarà il più disciplinato nelle presenze ai lavori parlamentari». Avevamo chiamato ieri pomeriggio uno dei sei uomini di Fini presenti al governo (un ministro, un vice ministro, sei sottosegretari) per chiedergli un chiarimento sulla frase in cui il presidente della Camera aveva avvertito che i nuovi gruppi parlamentari avrebbero «contrastato scelte ingiustamente lesive dell'interesse generale». Stabilire se una scelta è ingiusta o no è molto soggettivo. Abbiamo domandato perciò al nostro interlocutore: «In casi estremi, siete pronti a votare contro il governo di cui fare parte?». La risposta secca è stata «no» e a quanto pare non era una risposta data a titolo personale.
La nostra stessa domanda era stata infatti rivolta da qualcuno dei sei al presidente della Camera e - se ci è stato riferito correttamente - lo stesso Fini escluderebbe un voto del genere. Il governo è dunque al sicuro? È difficile dirlo. La estrema durezza della dichiarazione di Fini, ci è stato spiegato dai suoi, è la risposta all'estrema durezza della parte finale del documento finale del comitato di presidenza. Fini si sarebbe infuriato soprattutto per il suo accostamento al «partito delle Procure» e avrebbe deciso perciò di usare la formula: a brigante, brigante e mezzo. In realtà, sia il presidente della Camera che il presidente del Consiglio - pur dando l'uno dell'altro i giudizi che si scambiano i coniugi dopo una separazione traumatica - dietro le quinte sono prudenti sulle conseguenze politiche dei loro gesti. Invano l'altra sera Ignazio La Russa ha suggerito a Berlusconi di non chiedere espressamente le dimissioni del presidente della Camera. Sapeva infatti quale sarebbe stata la risposta. Berlusconi, d'altra parte, non se la sentiva di sopportare più a lungo situazioni logoranti: la vicenda delle intercettazioni, dove si è andati indietro rispetto al progetto Mastella approvato da destra e sinistra può esserne un simbolo. Adesso nessuno giura più sul rispetto della scadenza elettorale del 2013. È molto probabile infatti che si voti al più tardi un anno prima. Ma nell'attesa, Berlusconi ha un disperato bisogno di governare e di portare a casa risultati di forte interesse pubblico.
I sondaggi della vigilia gli dicevano tre cose. 1) Nessuno, né a destra, né a sinistra, capisce dove voglia andare Fini 2) Tuttavia soltanto una leggera maggioranza nel centrodestra era favorevole alla rottura rispetto a un estenuante logoramento. Gli altri, anche tra quelli che non sopportano il presidente della Camera, temevano le ricadute sul governo. 3) Pochissimi capirebbero elezioni anticipate che vedrebbero per la terza volta Berlusconi chiedere i voti contro un ex alleato (1996 Bossi, 2008 Casini, stavolta Fini). Le elezioni anticipate non converrebbero d'altra parte nemmeno a Fini al quale certo non verrebbe perdonata nessuna parentela a sinistra. In attesa di capire come andranno le cose a settembre, entrambi gli schieramenti cominciano a fare i conti. Berlusconi ritiene che quasi una decina di finiani possano sfilarsi se il nuovo gruppo metterà il governo in seria difficoltà. Conta al tempo stesso di raggruppare un'altra decina di deputati da gruppi estranei alla maggioranza. Il suo obiettivo è di ridurre i finiani irriducibili alla Camera a non più di quindici, di fatto inoffensivi. È un obiettivo o un sogno? Al Senato il capogruppo del PdL Gasparri conta su un rapporto più disteso con i dieci amici di Fini. È presto per tirare le somme. È certo che «l'amministratore delegato del Pdl che confonde il garantismo con l'impunità» ha messo una pietra tombale su ogni possibilità di rapporto futuro con il cofondatore del PdL.
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