Atenei, Palermo fa passi da gigante

Tempo di pagelle per gli atenei. Analisi e valutazione dei risultati sono prassi sempre più comuni e necessarie, esplicitamente codificate nella riforma universitaria del ministro Mariastella Gelmini, in fase di approvazione, che è andata in aula al Senato giovedì scorso. Tali giudizi di merito, assoluti e comparativi formulati da Agenzie indipendenti, sono parametri non negoziabili e da noi pienamente condivisi, come ribadito in diversi editoriali sul nostro quotidiano.
La speciale classifica 2010-2011 del Censis sulle università italiane non pone in posizioni di primato il sistema accademico siciliano. I parametri di ogni graduatoria sono opinabili, tuttavia è necessaria un'analisi razionale, senza drammi o incongrui trionfalismi. In particolare Palermo - tra i mega-atenei, cioè con oltre 40.000 iscritti - è all'8° posto su undici; 5 facoltà sono all'ultimo posto, 2 al penultimo, 1 al terz'ultimo nella valutazione nazionale.
Nei titoli urlati di molti giornali si impiega l'espressione "maglia nera". Nei lettori meno giovani non può non sovvenire alla memoria l'allora famoso ciclista Luigi Malabrocca, che sempre si piazzava ultimo al Giro d'Italia. I giornalisti sportivi coniarono questo funereo motto, e l'ultimo classificato indossava la maglia di colore nero.
La graduatoria non è premiante, ma il commento va meditato. Ogni giudizio - scriveva il grande Benedetto Croce - è giudizio storico, o storia senz'altro.
La posizione odierna è la risultante delle dissennate e ambigue conduzioni del passato, con opachi bilanci e inattendibili resoconti finanziari che hanno portato al dissesto economico e allo sfarinamento della macchina organizzativa, strutturale e gestionale.
Vengono considerati insufficienti: servizi agli studenti, rapporti internazionali, sistemi informatici e comunicazione web. Malgrado tutto nell'analisi Censis è scritto che l'offerta formativa di Palermo è adeguata alle esigenze del territorio e che si è messo in campo una solida attività culturale con eventi aperti alla città e una ricerca scientifica in crescita.
Le tre facoltà con piazzamento migliore sono: medicina e chirurgia; architettura, farmacia. Ancora una volta - negli ultimi anni - medicina consegue un risultato dignitoso, che merita qualche ulteriore riflessione.
Bisogna spulciare il ponderoso e non lieve volume di 718 pagine per elaborare valutazioni più compiute.
Premesso che certamente v'è ancora molto da migliorare, si scopre che medicina di Palermo è giudicata seconda in Italia con 106 punti - assieme a 2 altri atenei - per qualità della didattica fra tutte le università: mega, grandi, medie e piccole. Tra i parametri presi in considerazione vi sono: docenti di ruolo e posti aula per iscritto; rapporto ricercatori-ordinari. Infatti la facoltà negli ultimi 5 anni ha assunto circa 150 giovani ricercatori, abbassando l'età media dei docenti di oltre 1 anno e mezzo, primato in Italia. Un piccolo ma significativo contributo per arginare la cosiddetta "fuga dei cervelli".
Ne derivano almeno due considerazioni. La buona formazione degli studenti e dottori di Palermo, trova conferma nelle posizioni apicali di prestigio che questi assumono quando si trasferiscono all'estero o in altre sedi nazionali.
I migliori risultati didattici si ottengono in Italia nei Policlinici universitari. Vere e proprie fabbriche di medici. Pertanto sarebbe profondamente errata, pericolosa e foriera di guasti l'idea - avanzata anche da alcuni parlamentari e da un ex-ministro - di scorporare le facoltà mediche dalle università, per istituire le cosiddette Scuole di medicina.
Una rappresentazione mentale pervicace, che spesso ritorna di moda, la quale auspica che il Servizio sanitario nazionale debba svolgere a tutto tondo la funzione formativa, evitando che venga delegata alle università.
Le migliori 20 università del mondo - Harvard, Yale, Columbia, Oxford, Cambridge - hanno tutte Facoltà di medicina. Solo in alcune repubbliche dell'ex Unione Sovietica, dopo un incauto connubio e unificazione con la sanità pubblica, si è fatto un rapido dietro-front.
Per quanto riguarda la nostra isola, è doveroso ricordare che i Policlinici universitari della Sicilia hanno sperimentato e sviluppato specificità professionali in giusto anticipo rispetto ad esigenze che si vanno affermando nelle strutture ospedaliere, consentendo una formazione adeguata alla tumultuosa evoluzione della scienza biomedica. I Policlinici universitari rappresentano, pertanto, la sede più idonea per sviluppare i processi formativi, con riferimento anche alle scuole di specializzazione, certamente con auspicabili rapporti virtuosi interaziendali e ospedalieri.
I dati non positivi della valutazione della nostra medicina accademica riguardano internazionalizzazione e ricerca scientifica, sulla quale bisogna pur spendere qualche parola.
Esistono - nel Policlinico di Palermo, come nelle altre facoltà mediche della Sicilia - settori disciplinari e dipartimenti che conducono una ricerca scientifica di eccellente qualità. Ma sono isole, in quanto oggi la ricerca scientifica biomedica presuppone dotazioni, laboratori, attrezzature, macchine costosissime e adeguati finanziamenti, in atto spesso assenti. Una dura cesoia ha determinato forti riduzioni trasversali delle risorse, mentre si possono condividere tagli chirurgici mirati e giustificati in caso di mancata produttività. Le attuali procedure penalizzano i ricercatori che fanno enormi sacrifici, specie al Sud, aggravando le desertificazione degli sperimentatori nella nostra Isola.
La questione è assai rilevante perché - nel prossimo decennio - per affrontare le innovazioni scientifiche e biotecnologiche i futuri medici dovranno essere non solo professionisti ma anche scienziati preparati a padroneggiare il futuro.
Spetta alle istituzioni nazionali e regionali di riferimento offrire finanziamenti adeguati, ma legati a indicatori di efficacia "europea" e non a pioggia prescindendo da merito e valutazione.
Un riequilibrio potrebbe venire da una analisi saggia e severa degli oltre 200 milioni di euro l'anno distribuiti agli Irccs-Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico per fare ricerca. Esclusi una decina di istituti eccellenti, circa metà non fa ricerca scientifica.
Un rapporto del Cergas-Bocconi sul finanziamento della ricerca sanitaria in Italia afferma che i fondi sono dati senza definizione delle priorità, con meccanismi che lasciano ampio spazio alla discrezionalità e senza trasparenza.
Mentre nei paesi avanzati la ricerca scientifica è una priorità, da noi è una cenerentola. Se si abbassa il livello dei saperi e della scienza ci attende un avvenire grigio e fosco.
Alimentare la ricerca è uno dei compiti primari della classe dirigente. Chi si candida a governare il paese o una regione deve possedere cultura, spirito educativo e civico, etica. Tale è il senso vero della politica: impegno e servizio per il bene comune della collettività, cioè della polis.

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