Diffondere le intercettazioni, una sgradevole anomalia italiana

Il ministro Alfano e lo stesso sottosegretario Gianni Letta, dunque, sono stati colti in contropiede dal parere negativo di Berlusconi sugli ultimi emendamenti alla legge sulle intercettazioni telefoniche. È vero che senza queste modifiche il capo dello Stato - che ha seguito con molta attenzione gli ultimi passi della vicenda - non avrebbe firmato la legge. E se per assurdo il governo gliel'avesse rimandata obbligandolo a farlo, come prevede la Costituzione, la corte costituzionale l'avrebbe cassata. (Sulla incostituzionalità del provvedimento c'erano moltissimi dubbi, ma si sa quali sono le posizioni della Corte). Piuttosto che niente, meglio piuttosto, per usare una frase cara a Tremonti. Ma ha ragione anche Berlusconi perché non è affatto detto che gli arbìtri che hanno caratterizzato negli ultimi anni la diffusione di conversazioni destinate alla riservatezza non si ripetano in futuro.
Negli altri paesi le intercettazioni vengono ordinate con grande cautela e non finiscono mai sui giornali. In Italia vengono pubblicate a quintali prima che gli stessi interessati ne vengano a conoscenza. La nuova legge garantisce che questo non accada più? Nella sostanza no. La mediazione Alfano ha introdotto una udienza filtro: alla fine delle intercettazioni, gli avvocati della difesa e il pubblico ministero si presentano davanti al giudice e decidono quali di esse sono rilevanti per il processo. Quelle rilevanti possono essere pubblicate, quelle irrilevanti (amanti,abitudini sessuali e affini, se non strettamente connesse al reato contestato) vengono chiuse in un armadio del pubblico ministero che diventa responsabile della loro segretezza. Il testo precedente l'ultima mediazione prevedeva che le intercettazioni non avrebbero potuto in ogni caso essere diffuse prima della fine delle indagini. Stavolta invece sarà un giudice monocratico, sentite le parti, a decidere. E speriamo che decida bene. Ma il punto è un altro. Quando il pubblico ministero dovrà compiere un sequestro o chiedere un provvedimento di custodia cautelare basati sulle intercettazioni, le renderà immediatamente pubbliche e quindi pubblicabili. È già capitato che i titolari di alcune delle inchieste più scottanti e controverse degli ultimi anni abbiano motivato i loro provvedimenti allegando migliaia di pagine di intercettazioni. Ecco dunque che non cambierebbe niente rispetto alla deplorevole situazione attuale. È libertà di stampa, questa, o c'è il rischio che persone destinate a essere assolte vengano ancora mandate alla gogna impunemente? A nostro sommesso avviso, la libertà d'informazione era ampiamente garantita dalla possibilità di pubblicare per riassunto - e quindi nella sostanza - gli atti di interesse pubblico, cioè le notizie che interessano i lettori. Lasciare maglie troppo larghe per la diffusione dei colloqui intercettati può restare una sgradevole anomalia italiana e alimentare oscuri giochi di potere di cui i lettori non sapranno mai nulla.

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