A Palermo un Festino che sa di liberazione

«Palermo è Rosalia e Rosalia è Palermo» scrivevano i diaristi settecenteschi, interpretando l'affetto, l'entusiasmo, la confidenza della città per la sua patrona. La Santa guarisce dalla peste e poi da tutti i mali, se a lei ci si affida per ogni disgrazia e per ogni fortuna. Se nelle vicende di un popolo essa rappresenta la speranza attesa e ripagata, il Festino è festa di liberazione.
La gioia vince il dolore. Un bisogno di rivalsa contro gli affanni di un anno, di una stagione. L'epopea di Santa Rosalia s'innesta in una metafora teatrale barocca che ha nel tempo, nello spazio, nella storia e nelle sue epifaniche grazie un percorso di immutabile perfezione.
Cinque secoli separano la leggendaria esistenza di Rosalia, nobile fanciulla normanna, dal miracolo della guarigione dalla peste, in pieno dominio spagnolo: ovvero dall'epoca felice del regno di Ruggero alla sudditanza e al malgoverno di uno Stato matrigno e lontano. Un tempo quasi di espiazione perché la città ritrovasse la felicità. E tutto quel precipitare di avvenimenti fra il 1624 e il 1625, fra sogni premonitori e ricerca delle ossa sul monte, apparizioni e guarigioni, orrori e lazzaretti, imbarazzi e incertezze delle autorità, che mischiarono popolo e nobili, religiosi e mercanti, sembra avere le caratteristiche drammatiche di un feuilleton da palcoscenico barocco. Come barocca fu la festa, i suoi linguaggi, le sue espansioni, le sue chiaroscurali ambiguità. La pustola nera schiacciata dalla bionda vergine penitente. Lo strazio dell'appestato riscattato dall'eremitaggio. La più oscena delle malattie cancellata dalla fede. E barocche, barocchissime, come i sontuosi carri trionfali che si succedettero nei secoli, furono le luccicanti e risuonanti cronache dei viaggiatori europei che passarono da Palermo. La metafora entra nella realtà e ne sommuove i sensi. Organizza lo spazio urbano secondo un disegno di ritrovata armonia sociale che dal monte porta al mare, che dal palazzo del potere scende lungo il Cassaro, verso «l'acqua» del mare, sulle cui onde un dio irato aveva fatto navigare la peste, e che ora, salvifica, purifica tutto.
Ma la vittoria del popolo, che è il rovescio della stoffa mitica di Rosalia, avrà miracoloso destino di restare vittoria di popolo. Come la presa della Bastiglia, dello stesso giorno (14 luglio), ma di 165 anni più tardi, Santa Rosalia è la rivoluzione di Palermo, di una città che, fra tanti santi protettori (Ninfa, Oliva, Agata, Cristina, Benedetto il Moro), elegge una nuova patrona, quella che più pietosamente aveva saputo interpretare salvezza e liberazione. Parigi celebra il suo 14 luglio, la Rivoluzione, entro i domini delle sue geometrie. Palermo favoleggia terre allegoriche e allucinazioni dove lampeggiano tumulti e sgronda cenere che biancheggia le sue viscere.
E dunque, anche l'elemento di novità, il più rivoluzionario del creato («Io faccio nuove tutte le cose»), entra nel desiderio nascosto di Palermo.
Rosalia, la rosa spinata, è quel desiderio sognato da secoli, voluto così fortemente. L'affermazione retorica dei diaristi può suonare come una speranza e un prezioso ammonimento per l'oggi: l'identificazione di Palermo con Rosalia schiarisce e acquieta una caligine densa, un'eclisse di mezzogiorno e un vento che fortuneggia come un forsennato che corre e fugge, e non sa dove. Il vento si placa; le feritoie si chiudono e ogni loro connessura si calafata e tutte le cose si fanno nuove.
La festa di un solo giorno può diventare quella di ogni giorno.

*Direttore del Teatro Biondo di Palermo

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