Università, bisogna cambiare

La riforma Gelmini? Meglio che parta al più presto, anche se può essere perfezionata

Un alveare brulicante e ipercinetico. Una pentola in ebollizione. Si ripropongono nei diversi ambienti della vita sociale - atenei, stampa, partiti politici, associazioni studentesche, circoli intellettuali - una miriade di interventi (mobilitazioni, occupazioni, astensioni, provocatori esami notturni in strada, agitazioni, documenti, assemblee, proposte, critiche, stroncature) a favore o contro la legge Gelmini sulla riforma universitaria. Da taluni, con ironia, definita legge Gelmonti-Tremini, per il pesante condizionamento posto in essere, anche nel campo della ricerca e della formazione, dal ministro dell'Economia Tremonti con la manovra finanziaria. Contrapposizioni e collisioni di idee si incardinano sempre più su basi ideologiche.
Numerosi autorevoli editorialisti, nonché responsabili qualificati di istituzioni accademiche, sono intervenuti sul ring del dibattito con linguaggio metapolitico, affermando tutto e il contrario di tutto, per non scontentare alcuna corporazione. Dire e disdire. Una serie di rimandi elitari, da cenacolo di influenti eruditi. Parole allusive ed elusive, alla fine monotone e fastidiose come il suono delle vuvuzelas. Un profluvio di richieste, che nascondono spesso intenzioni politiche e vantaggi personali o di casta, mascherati da indignazione morale e, quindi, con alta dose di ipocrisia.
Diciamo subito - come abbiamo scritto in precedenti articoli su questo giornale - che la legge Gelmini è un passo avanti, assai urgente che deve essere presto portato a conclusione. Un'occasione irripetibile per intervenire con efficacia riformativa, della quale il sistema degli atenei ha estremo bisogno, vero e proprio obbligo a rinnovarsi, dopo circa 50 anni dall'ultimo riassetto strutturale. Un impianto accettabile, con elementi di commendevole innovazione relativi a reclutamento, meritocrazia, valutazioni premiali e sanzionatorie, internazionalizzazione.
Certamente il disegno di legge può essere migliorato su alcuni punti, quali: organi di governo; diritto allo studio con garanzie economiche per gli studenti; funzione docente dei ricercatori; progressioni di carriera; finanziamenti.
Ma quasi mai si sono affrontati i nodi profondi, le scaturigini che in Italia hanno portato alla crisi degli atenei. Pur senza generalizzare - in quanto esistono eccezioni e aree di eccellenza - riteniamo che l'attuale declino è ascrivibile a tre fattori: il rapporto maestri-allievi; la mancata interazione tra università e territorio; la disistima generalizzata e montante verso la cultura.
Il tramonto del rapporto maestri-allievi. Già nella terminologia v'è, da tempo, il dispregio della trasmissione critica dei saperi, della testimonianza e dell'esperienza di chi forma i giovani. Non si parla più di lezione magistrale ma si adotta l'espressione «frontale», che vuole indicare una collocazione meramente spaziale ma paritaria. Alcuni, per di più, con una perversa devianza sindacal-popolare propongono di abolire la parola insegnante e di sostituirla con «facilitatore». Il docente come simbolo di un vuoto accademismo fuori moda.
Si è sfibrato il concetto di lezione e di dialogo, come occasione di incontro e scambio di cultura, come dono di valori intellettuali. Le interrelazioni con le nuove cyber-generazioni sono affidate sempre più al Web, a Internet, alla televisione, anche per la frammentazione estrema dei saperi. La Tv come supplenza della formazione. Non siamo contrari alla cultura «internettiana», ma questa può essere solo integrativa, per assorbire ciò che interessa.
Si sostiene che la conoscenza non ha più bisogno di maestri e maggiori, nonché di siti, di luoghi fisici come le università. Scuole senza muro. Il cyber-spazio non comporta la caduta dello spazio fisico accademico. I nuovi cittadini digitali corrono a velocità sempre maggiore, con indigestione di stimoli visivi e uditivi. Le conseguenze emergono dal recentissimo rapporto Invalsi sugli allievi degli istituti superiori: un Paese di giovani che sconoscono la grammatica, incapaci di usare il linguaggio, con lessico assai povero e con carenze ideative. I risultati sono stati definiti una «spaventosa fotografia».
Una regressione culturale che determina una società sempre più povera di elementi interpretativi, incapace di dare gerarchia alla valanga di dati e nozioni. Un pragmatismo rozzo e incolto, che mira solo al successo, in specie economico. Un'era crescente di volatilità effimera, che determina modelli falsi e illusori.
La mancata interazione tra atenei e territorio. Il progressivo scivolare del sistema accademico a livello liceale ha sfarinato la capacità dell'università di incidere sull'elevazione culturale, economica e strutturale dell'area geografica di riferimento.
Il ruolo sociale e civico di un ateneo è quasi ovunque scomparso, per il prevalere di interessi personali, di potere e di piccolo cabotaggio con arroccamento connotato da sdegnosa superiorità. Sedi inutili e disperse, per blandire e soddisfare i «cacicchi» politici locali; abulia operativa; nepotismo e familismo - talora con opache relazioni eticamente corruttive - che hanno privilegiato la fedeltà al talento, facendo emergere i mediocri, i camaleonti, gli opportunisti; strutturazioni didattiche in gran parte fallite; torbide disamministrazioni che hanno reso esangui le casse e in rosso i bilanci, con conseguente svendita dei «beni di famiglia»; studi facili e permissivi per ottenere pace sociale.
In aggiunta la politica si è innervata nel sistema accademico cooperando alle disfunzioni e rinunziando al suo primato: vale a dire funzione di guida e sintesi alta dell'interesse del Paese.
Tutto ciò ha determinato un paese in letargo, fondato sul paradigma del feudo, ove il signore tutto può concedere o togliere ai cortigiani. Immobile come i Borboni che nulla imparavano e nulla dimenticavano. Questo sistema è stato descritto da Massimo Granellini, con efficace e amaro sarcasmo, come «zerbinocrazia», con ascesa dei furbastri. Niente provoca più danni in uno Stato - affermava Francis Bacon - del fatto che i furbi passino per saggi.
L'ultimo fattore è più generale e pervasivo. Il disprezzo della cultura. Istruzione e formazione sono precondizioni di qualsiasi regime democratico. L'Italia si impoverisce così di quel bene inestimabile, di quel capitale immateriale che è il vasto complesso dei nostri talenti, con sperpero sistematico delle intelligenze e con fuga dei cervelli.
La visione economicistica del mondo trasferisce i suoi parametri in altri ambiti, sostituendo valori non negoziabili e facendoli diventare negativi. Tutto il resto si riduce a lamenti, litanie, futili esternazioni.
L'Università pubblica - sede istituzionale e integrata di alta formazione e ricerca scientifica - deve essere il granaio del Paese, per alimentare le generazioni future e creare innovazione e sviluppo. Il sistema accademico è struttura basilare che deve esistere nei suoi siti, nella continuità della storia, evolvendo nei tempi. Gli anglosassoni, in situazioni consimili e difficili, pronunciavano la parola Tina, acronimo dei lemmi inglesi There is no alternative. Non c'è alternativa.

© Riproduzione riservata

* Campi obbligatori

Immagine non superiore a 5Mb (Formati permessi: JPG, JPEG, PNG)
Video non superiore a 10Mb (Formati permessi: MP4, MOV, M4V)

I più cliccati