Dell'Utri, le tappe del processo

La sentenza d'appello è arrivata al termine di una vicenda giudiziaria lunga 16 anni

PALERMO. Era marzo 1994 quando il nome di Marcello Dell'Utri, all'epoca amministratore delegato di  Publitalia, venne messo in relazione con ambienti di mafia. Ne aveva parlato ai magistrati di Caltanissetta il pentito Salvatore Cancemi aprendo uno scenario nuovo sui rapporti tra Cosa nostra, la finanza e la politica: da poche settimane Silvio Berlusconi aveva annunciato la sua "discesa in campo" con Forza Italia. La dichiarazione di Cancemi è stato il primo passo di una vicenda giudiziaria che arriva alla sentenza  d'appello dopo 16 anni. Dopo oltre due anni di indagini il 26 giugno 1996 Dell'Utri viene sentito per oltre 11 ore: una "maratona", come fu definita dai giornali, servita a delineare il quadro dell'inchiesta. Da un lato le accuse di vari collaboratori di giustizia, che nel tempo sono diventati 35, e dall'altro la smentita ferma e vigorosa dell'indagato. Per Dell'Utri il rinvio a giudizio sarebbe arrivato il 19 maggio 1997 con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. E con lui fu rinviato a giudizio anche Gaetano Cinà, che intanto era stato arrestato.       
Il processo di primo grado si è aperto il 5 novembre 1997: oltre tre anni dopo l'iscrizione di Dell'Utri nel registro degli indagati. E ci sono voluti altri sette anni per arrivare alla sentenza al termine di un lungo dibattimento (256 udienze) passato attraverso l'esame di 270 tra pentiti, testimoni e consulenti. Tra i testi da sentire c'era anche Berlusconi. Ma una volta (11 luglio 2002) il premier ha fatto sapere di avere     impegni di governo e successivamente (26 novembre 2002) si è avvalso della facoltà di non rispondere.            
L'8 giugno 2004 i pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo hanno chiesto la condanna di Dell'Utri a 11 anni e di Cinà a sette. Dopo 12 giorni di camera di consiglio, il tribunale  (presidente Leonardo Guarnotta) ha emesso la sentenza: nove anni al senatore, sette a Cinà. Per entrambi anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e due anni di libertà vigilata. Il processo d'appello è cominciato il 30 giugno 2006 davanti     alla corte presieduta da Claudio Dall'Acqa (a latere Sergio La Commare e Salvatore Barresi). Dell'Utri è rimasto l'unico imputato: Gaetano Cinà, l'uomo che lo avrebbe messo in contatto con Vittorio Mangano, era morto il 28 febbraio 2006 all'età di 72 anni. Il dibattimento era ormai avviato verso la conclusione quando il 17 settembre 2009 il pg Antonio Gatto ha chiesto la citazione di Massimo Ciancimino che sulle tracce del padre Vito aveva cominciato a fare dichiarazioni sui rapporti tra mafia e  politica. La corte però non ha accolto la richiesta dell'accusa. Oltre a essere un teste "contraddittorio" Massimo Ciancimino non è, hanno scritto i giudici, "di utile rilievo e apprezzamento processuale. Il dibattimento, però, è stato riaperto per sentire il nuovo collaborante Gaspare Spatuzza che nell'udienza del 4 dicembre 2009 a Torino ha parlato sia di Dell'Utri che di Berlusconi. Spatuzza ha riferito confidenze dei boss di Brancaccio, Giuseppe e Filippo Graviano.  L'11 dicembre 2009 il primo si è rifiutato di rispondere e l'altro ha smentito Spatuzza. Il 19 marzo 2010 è ripresa la requisitoria del pg, sospesa per i nuovi interrogatori, che si è conclusa il 16 aprile con la richiesta di condanna per Dell'Utri a 11 anni di reclusione. Quello che l'accusa ha chiesto, nelle repliche del 24 giugno, era un giudizio "storico" sui rapporti tra mafia e politica. "Qui non si fa la storia - ha ribattuto il difensore Alessandro Sammarco - ma si  giudica un imputato". La Corte non ha preso in considerazione la ricostruzione di Spatuzza, assolvendo Dell'Utri per le condotte successive al 1992, ma lo ha condannato egualmente a sette anni di reclusione per i rapporti che il parlamentare avrebbe intrattenuto in  precedenza con esponenti mafiosi.

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