Cgil, se lo sciopero è un flop

Ieri si è svolto il rito dello sciopero generale voluto dalla Cgil. Come al solito c'è stata la liturgia delle cifre: «Un successo superiore a tutte le aspettative» inneggia Susanna Camusso che a settembre sostituirà Guglielmo Epifani alla segreteria generale del sindacato. Un sostanziale fallimento spiegano i datori di lavoro a cominciare dai responsabili della pubblica amministrazione. Negli uffici statali è rimasto a casa solo il 3,9% dei dipendenti. Davvero un numero molto esiguo. Qualche adesione in più nel campo dei trasporti provocando un po' di disagi tra i pendolari e nel traffico aereo. I comizi dei capi della Cgil nelle principali città italiane hanno condito il consueto menù della giornata.
Che cosa cambierà dopo questo sciopero? Assolutamente nulla. Uno spreco pagato, in gran parte, dai lavoratori che hanno aderito inseguendo un'illusione. La manovra in Parlamento farà la sua strada e nessuno potrà fermarla. Né potrebbe essere altrimenti. Nessuna persona di buon senso, infatti, può ignorare le ragioni internazionali della crisi. Così come nessuna persona di buon senso può ignorare i segnali positivi che cominciano a intravvedersi in Italia. Con altrettanta convinzione nessuna persona di buon senso può ritenere che uno sciopero serva a qualcosa. Ecco perché la linea politica della Cgil appare massimalista e perdente. Ed è stato un errore drammatico quello della sinistra di farsene condizionare. Perché la Cgil inchioda la sinistra italiana al passato e alla sconfitta. Così come stanno facendo i sindacati greci che hanno bloccato il porto del Pireo. Che senso ha boicottare il turismo che, insieme ai noleggi marittimi rappresenta la maggior industria del Paese? La protesta di questi giorni è una manifestazione di puro autolesionismo: occupare le banchine per impedire alle navi di muoversi o ai turisti di arrivare e partire significa trafiggere il cuore dell'economia greca. La situazione è grave. Dopo questi scioperi diventerà mortale. La scelta della Cgil non è molto diversa, come tipo di approccio, a quella dei sindacati greci. Che senso ha fermare il Paese, o almeno averci provato, con uno sciopero generale? Decisione dissennata. Per uscire dalla crisi serve impegno ed efficienza. Non l'astensione dal lavoro. Tanto più che non è chiara l'alternativa? Come se fosse ancora possibile scegliere strade diverse rispetto al rigore dei conti. Come dice il ministro Tremonti: o si soffre o si muore. L'esempio della Grecia e della Spagna sono significativi: avere rimandato il momento della consapevolezza è servito solo a rendere ancora più sanguinoso il risanamento. Tanto più che la manovra italiana si pone esattamente nel solco di quanto stanno facendo gli altri Paesi europei. In questo senso risulta altrettanto incomprensibile la protesta di Regioni, Comuni. Sindaci, Governatori, Presidenti parlano con il linguaggio della piazza. Non come uomini delle istituzioni. Nessuno che voglia pagare il conto delle dissennatezze del passato. Nessuno che ricordi un fatto assodato: il deficit pubblico italiano esplode dalla metà degli anni '70 in avanti. Proprio in coincidenza con la nascita delle Regioni. Sarà un caso? Forse no. Comunque nessun vuol pagare. Tutti chiedono che i sacrifici ricadano sugli altri. Solo una domanda: ma chi sono questi «altri»?

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