L'Abruzzo reclama speranza

Caro presidente Berlusconi,
vorrei che lei tornasse con la memoria al 15 settembre dell'anno scorso. Quel giorno lei inaugurò a Onna un bellissimo asilo costruito grazie alla generosità di tanti spettatori di «Porta a porta». Erano trascorsi soltanto cinque mesi dal devastante terremoto del 6 aprile e un piccolo miracolo era stato compiuto. Entrammo insieme anche in una delle prime casette di legno (solide, perpetue) e ci sembrava di vivere nella pubblicità del «Mulino Bianco». Altre migliaia di case come quelle e anche più solide furono consegnate nel trimestre successivo e all'inizio dell'inverno le tendopoli furono chiuse. Da testimone di tutti i terremoti che si sono abbattuti sull'Italia dal '76 in poi, non avevo mai visto un'emergenza gestita in modo così straordinario. Da quel felice giorno di settembre, caro presidente, sono passati nove mesi e il sorriso si è progressivamente spento sul volto dei miei concittadini aquilani. La loro, la mia città sta morendo lentamente. Se lei tornasse a passeggiare in uno dei centri storici più belli e preziosi d'Italia lo troverebbe perfettamente intubato, come gli ammalati in terapia intensiva, ma non riuscirebbe nemmeno a sentirne il battito cardiaco, tanto esso è diventato flebile. Lei mi ha detto più volte: il mio compito è di garantire i finanziamenti, la legge affida la ricostruzione agli amministratori locali. Giusto. Si concordò anche che sarebbe tecnicamente difficile spendere per la ricostruzione più di un miliardo l'anno e lei si impegnò a erogarlo. Fanno dieci miliardi in dieci anni. Non basteranno: l'Umbria e le Marche, con distruzioni assai meno gravi di quelle aquilane, sono costate a consuntivo sette miliardi.

Ma intanto un miliardo all'anno per ora sarebbe un finanziamento ineccepibile. A patto che sia denaro sonante. Così, purtroppo, non è. Soltanto la settimana scorsa, lei si è impegnato con il commissario Chiodi a versargli nei prossimi giorni ottocento milioni. Il problema è che Chiodi ha debiti per 350. I 450 milioni che restano sono pochi, anche perché nelle case e nelle aziende ci sono gli uomini, le donne e i bambini. Cosa gli darà da mangiare se non sono dipendenti pubblici? Come farà ripartire un'economia che è in terapia intensiva come i palazzi del centro storico? Ecco dunque che se la prima, ragionevole richiesta è di garantire un flusso di cassa effettivo di un miliardo all'anno, la seconda è di incrementare i 45 milioni destinati alla «ripresa economica». Questa somma nacque come primo finanziamento alla «zona franca», cioè come sostegno a tutte le aziende, quelle esistenti e quelle in arrivo. L'articolo 43 della manovra economica prevede tuttavia che i soldi vadano soltanto alle nuove iniziative. E le aziende esistenti?  Il terzo problema riguarda le imposte. Non voglio addentrarmi in tecnicismi: mi permetto di ricordare che, al di là dei nuovi inevitabili slittamenti, alla fine della fiera umbri e marchigiani restituirono allo Stato soltanto il 40 per cento del dovuto. È impensabile che gli abruzzesi paghino di più.


Fin qui lo Stato. Ma anche il comune dell'Aquila deve fare il suo dovere, approntando al più presto, cioè entro qualche settimana, il piano di ricostruzione senza il quale nel grande centro storico dell'Aquila non può muoversi una pietra. Bene ha fatto, in ogni caso, il sindaco dell'Aquila, con l'appoggio di tutte le forze politiche, a riunire domani, giovedì, un consiglio comunale straordinario in piazza Madama, all'aperto, davanti al Senato della Repubblica. Una manifestazione civile e ordinata per ricordare a tutto il Paese che la straordinaria solidarietà manifestata nei giorni e nei mesi successivi alle vittime del terremoto non può spegnersi. Perché con essa si spegnerebbe una città intera. Una bellissima città.

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