Gli spunti ragionati del Sicilia Pride

Sfilate colorate, slogan, canzoni. Ma anche riflessioni politiche, ragionamenti sulla diversità, inviti a non discriminare. Si è svolto sabato, con una manifestazione allegra e serena - atmosfere rare nei nostri cortei, spesso percorsi da disperazione e sentimenti plumbei - il primo Sicilia Pride. Il culmine di una serie di iniziative a carattere culturale, promosse da un cartello di associazioni, alle quali l'Università di Palermo ha dato il suo patrocinio, come peraltro altre istituzioni della città, a partire dal Comune.
Al corteo si è infatti giunti dopo una serie di incontri dedicati alla democrazia in Italia e al concetto di persona nella società attuale, che ha visto partecipare anche docenti dell'Ateneo come lo storico Salvatore Lupo e il filosofo Sandro Mancini.
Voglio ragionare su questa manifestazione prendendo spunto dalle critiche che gli studenti di Azione universitaria hanno rivolto all'Ateneo proprio per il patrocinio a un'iniziativa promossa per sensibilizzare l'opinione pubblica sui diritti degli omosessuali. Un patrocinio, a loro modo di vedere, poco ortodosso, forse persino sorprendente. Tanto più che io, rettore dell'Università, provengo da una formazione culturale e politica cattolico-democratica.
Ho accolto con grande interesse questa critica, tanto che mi è venuta voglia di ragionarci su pubblicamente con chi me l'ha rivolta, ma anche con tutta la comunità accademica e con l'intero tessuto cittadino di cui l'Università - abbattuti gli steccati che per troppo tempo l'hanno collocata in un Aventino autoreferenziale - è parte integrante. Credo infatti che sia importante ribadire che l'Ateneo è un luogo laico e aperto al confronto tra idee e posizioni culturali diverse. Questo non significa certo stare a guardare alla finestra, sottrarsi a ogni sollecitazione esterna, non sporcarsi mai le mani, ma piuttosto cercare di essere palestra di confronto dove ci si alleni al dialogo tra diverse posizioni, laboratorio di esperienze dove le anime si possano esprimere nel rispetto l'una delle altre.
L'Università non è di destra se patrocina valide iniziative promosse da aree culturali moderate. Non è di sinistra se accoglie proposte che arrivano da posizioni progressiste. L'Università accoglie le une e le altre - se valide, se culturalmente robuste, se vastamente condivise - e non lo fa esercitando esclusivamente un ruolo di "contenitore", ma piuttosto di luogo dove le diverse posizioni trovano spazio di espressione, sintesi e confronto. Solo così, credo, l'Ateneo esercita pienamente il suo ruolo di formazione sui giovani, che va ben oltre il lavoro di didattica e di ricerca. Solo così può ambire alla costruzione di una classe dirigente che possa superare la radicalità, le contrapposizioni, le fratture, la violenza verbale e materiale che contraddistinguono la società attuale. Non una società di buoni, o di buonisti, ma una società abituata al confronto, alla tolleranza, alla multiculturalità, all'accoglienza.
L'Università è la città dove vive una comunità di 70 mila studenti, professori, personale tecnico-amministrativo: un decimo della popolazione complessiva di Palermo. Un melting-pot naturale, trasversale per provenienza sociale, formazione, background culturale, mezzi economici. Un luogo che professa la tolleranza come sua religione. Non a caso, è in corso di realizzazione uno spazio interconfessionale dove gente di ogni fede possa trovare un momento di raccoglimento, di spiritualità, di incontro con il proprio Dio.

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