Basta tagli alla Rai

Una premessa. Il mio conflitto d'interessi nella stesura di questo articolo è più sentimentale che pratico. La mia retribuzione è infatti la prima ad essere stata pubblicata e i contratti già firmati non possono subire tagli. Detto questo, l'errore compiuto giovedì dal governo nell'imporre la 'dieta' alla Rai, come ha detto Calderoli, è di una gravità sorprendente. Silvio Berlusconi non doveva limitarsi a uscire dalla sala del Consiglio dei ministri quando è stato approvato l'emendamento Bossi-Calderoli che inginocchia l'azienda per cui lavoro da 48 anni. Emendamento che il Parlamento in un soprassalto di lucidità dovrebbe cancellare con un semplice tratto di penna, perché c'è un errore - prima di altri- che governo e maggioranza non possono permettersi: distruggere un'azienda pubblica per favorirne una privata di cui il presidente del Consiglio è il maggiore azionista. Per questo Berlusconi avrebbe dovuto dire ai suoi amici leghisti di lasciar perdere e sorprende che un uomo di grande buon senso come Umberto Bossi si sia infilato in un frullatore demagogico dal quale difficilmente potrà uscire bene.


1.È difficile imporre a una società per azioni controllata dallo Stato di tagliare lo stipendio ai dirigenti se la regola non vale per tutte le altre. La Rai gestisce infatti un servizio pubblico su concessione come l'Enel e le Poste. E affronta la concorrenza su un piano oggettivamente più competitivo.


2.È singolare imporre agli amministratori della Rai di usare la scure, salvaguardando i loro emolumenti come quelli delle Authority e di alti funzionari di Tesoro, Banca d'Italia e così via. Già i ricorsi annunciati dai dirigenti pubblici meno fortunati saranno infatti pesantissimi.


3.L'obbligo per la Rai di non spendere per il personale dipendente più di un quarto del costo operativo complessivo significa risparmiare di botto quasi 200 milioni all'anno, cioè licenziare oltre duemila persone. Cioè chiudere.


4.Il taglio per gli esterni non riguarda soltanto le 'star', ma anche una selva di programmisti (quelli che tengono in piedi le trasmissioni di rete) che guadagnano in larga parte 1300 euro netti al mese. Impensabile. E per quanto riguarda le star - fermo restando che i contratti già firmati restano in vigore - la prima cosa che fa un artista è rivolgersi alla concorrenza. E se Mediaset gli facesse proposte migliori, anche di poco, ecco che il conflitto di interessi del presidente del Consiglio diventerebbe esplosivo.


5.L'obbligo di trasmettere i compensi dei conduttori nei titoli di coda è frutto di dilettantismo. Qualsiasi cifra non ha senso se separata dal numero di puntate, dal costo del programma e dal suo rendimento pubblicitario. Dovremmo perciò mandare in onda i titoli di coda non negli ultimi due minuti, ma negli ultimi venti. Ragionevole, invece, la pubblicazione sul sito Rai.


6.La Rai è con la Bbc la sola azienda pubblica europea ad avere la leadership del mercato. Con la differenza che la Bbc ha un numero di dipendenti infinitamente maggiore del nostro e un canone più che doppio, senza pubblicità e con un sostanziale dissesto finanziario. È un buon modello?


7.Berlusconi ha ragione quando dice che in Italia il duopolio Rai - Mediaset non esiste più da quando c'è Sky, il vero concorrente commerciale della sua azienda. Ma far morire la Rai non è elegante e non è quel che il Paese gli chiede. Piuttosto faccia cessare la vergogna di una evasione dal canone che - dati di ieri - in città come Caserta, Ragusa e Catanzaro raggiunge il 90 per cento.


8.Renato Brunetta suggerisce di privatizzare la Rai, lasciando una sola rete al servizio pubblico. Preferirei una partecipazione minoritaria dei privati nel capitale, per rendere più stringenti le regole d'impresa. Se i privati acquisissero infatti il controllo totale della Rai, la userebbero per i loro affari in altri settori, come accade oggi per molti giornali.

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