La complementarità di Berlusconi e Tremonti

Quali sono i veri rapporti tra Berlusconi e Tremonti? Hanno ragione i giornali quando raccontano di forti dissensi tra i due o i due quando dicono di aver visto un altro film con la maggioranza perfettamente «coesa» (ancora ieri il Cav. all’assemblea di Confindustria)? In realtà, Giulio ha bisogno di Silvio e Silvio di Giulio. All’inizio della storia, cioè della Seconda Repubblica, Tremonti era tra i «pattisti» di Mario Segni (sembra di parlare del Risorgimento, tanto quei tempi sembrano lontani). Passò con Berlusconi dopo le elezioni del ’94, votandogli la fiducia e diventandone ministro delle Finanze, incarico allargato poi all’Economia e mantenuto per tutto il ciclo governativo del Cavaliere, salvo la breve parentesi di Siniscalco (nove mesi tra il 2004 e il 2005). I suoi rapporti con Bossi, oggi guardati con molto sospetto nel centrodestra, sono di vecchissima data e i ragionamenti comuni sul federalismo risalgono a metà degli anni Novanta. La lunga permanenza di Tremonti ai vertici dell’economia nazionale e le sue importanti relazioni internazionali (Aspen e non solo), ne hanno fatto un interlocutore di prestigio e autorevolezza per tutti i governanti europei e questo - come si vede anche oggi - ha certamente giovato all’immagine e alla credibilità del governo.
Non è vero, tuttavia, come osserva un importante quotidiano tedesco, che «Tremonti ha coraggio e Berlusconi no». Come ha riconosciuto lo stesso ministro dell’Economia, è il presidente del Consiglio che mette la faccia sulla più pesante manovra finanziaria degli ultimi diciotto anni. È lui che se ne assume la paternità politica e ne risponde agli italiani. E se Berlusconi ha voluto analizzare la manovra punto su punto, se ha discusso col suo ministro sulle misure più pesanti, se non ha accettato di firmare un pacchetto «chiavi in mano», è perché ha capito che con questa manovra finisce il berlusconismo dei sogni e comincia quello mirato alla grande trasformazione - se ne sarà capace - dell’Italia in un Paese meno legato ai lacci e ai lacciuoli che negli ultimi venti anni l’hanno condannata a una crescita inferiore a quella europea.
Il sogno immediato non è di pagare meno tasse, ma di vedere meno sprechi nella pubblica amministrazione e nella sanità, meno enti inutili, meno consigli d’amministrazione negli enti pubblici: percorso obbligato per pagare domani meno tasse. E il percorso deve apparire così credibile a tutti i ministri visto che nessuno, al contrario del passato, ha detto una sillaba contro i tagli imposti dalla manovra. Tremonti è essenziale in questa fase, anche se sbaglia chi riduce alle barzellette il ruolo internazionale di Berlusconi, è pur sempre l’unico ad aver presieduto tre G8 negli ultimi sedici anni. Qualcuno dice che Tremonti si prepara in questo modo alla successione in un Paese con il Regno del Nord consegnato alla Lega e il Sud borbonico-papalino da tenere per mano. Noi non crediamo agli scenari semplici. Berlusconi non mollerà mai Bossi, il suo alleato davvero più fedele. Ma non ha nessun interesse a concedergli la golden share su ogni provvedimento.
E se ha qualche diffidenza nei confronti di Tremonti, è perché teme - lui, milanese - che il regno del Nord diventi giorno dopo giorno troppo autoreferenziale. Non sappiamo se questo convenga a Bossi, certamente non conviene a Tremonti, che deve acquisire l’immagine di «uomo tricolore». E meno che mai a Berlusconi: anche se ha deciso di non andare in pensione fra tre anni, come mi ha confessato pochi giorni fa, sa bene che di qui al 2013 deve costruirsi l'immagine dello statista che ha traghettato una Seconda Repubblica profondamente rinnovata nella Terza. Ogni tanto il Cavaliere pensa che il ritorno nella maggioranza del drappello centrista di Casini renderebbe più equilibrata geograficamente la politica di governo. Per questo Bossi non vuol saperne. Vedremo. Per ora Tremonti è un giocatore troppo intelligente per farsi cogliere in fuorigioco e Berlusconi un allenatore troppo esperto per consentirglielo.

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