Gli stipendi dei precari, una spesa sociale

Ho letto con interesse le considerazioni - come quasi sempre gli accade, pregevoli ed acute - che Nino Sunseri ha dedicato sul Giornale di Sicilia di ieri alla questione del rischio della mancata contrattualizzazione e stabilizzazione di 22.500 lavoratori precari degli Enti locali siciliani. Questa volta, però, non sono d'accordo con la base del suo ragionamento. Sunseri afferma, in sostanza, che la Regione non può addossare ad altri - lo Stato ed altre Regioni - i costi derivanti dal superamento del patto di stabilità per pagare gli stipendi dei precari. Il punto è proprio questo: gli stipendi dei precari siciliani sono stati considerati dalla legge dello Stato, prima, e della Regione, poi, sino all'anno scorso, come spese sociali e quelle norme non sono mai state impugnate dal Commissario dello Stato, e infatti la legge regionale 14 aprile 2006, n. 16 ha previsto che per il triennio 2006/2008, ai fini del concorso degli enti locali alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica, le spese per la stabilizzazione degli LSU venissero venivano escluse dal computo della spesa del personale.  Possiamo giudicare errata la soluzione trovata per affrontare la questione che è consistita nel prolungare il precariato negli enti locali mentre il personale, che ha lavorato sulla base delle stesse logiche normative, presso lo Stato, le Regioni, i Comuni e le province delle altre Regioni, veniva contrattualizzato e stabilizzato. Quello che non è consentito a nessuno - certamente non alla politica responsabile negli anni della situazione creatasi - è lavarsene oggi le mani, lasciando che il personale sottopagato e sovrautilizzato, che non ha garanzie e non può neppure vantare una prospettiva di regolarità stipendiale per contrarre un mutuo, pagarsi una casa o fare studiare i figli, venga in età matura messo letteralmente sul lastrico. Aggiungo che non è vero, in questo come in tanti altri casi, che la comunità nazionale paghi i costi delle politiche sociali solo per la Sicilia.  Non solo situazioni analoghe in altre parti del Paese sono state affrontate e risolte con fondi nazionali, ma il grosso della spesa sociale, la Cassa integrazione guadagni, istituzione benemerita e necessaria, pesa in modo notevole sulla finanza pubblica ed è utilizzata per la quasi totalità nel Nord di questo Paese. Che se poi si vuole dare voce al qualunquistico pregiudizio che i lavoratori siciliani non producono e sono assenteisti, anche in questo caso l'obiettivo è sbagliato. Lo è come ogni denigrazione dei siciliani, ancor più perché è nell'esperienza di tutti che questi lavoratori precari sono indispensabili per tante realtà locali ove, pagati come personale ausiliario ad orario ridotto, sono talvolta i tecnici e gli amministrativi che mandano avanti tra mille difficoltà e mortificazioni, le amministrazioni. Certo, la questione è complessa, ma non si venga a dire che solo per i precari degli enti locali siciliani è irrisolvibile e che questi lavoratori dopo 22 anni nei quali, ininterrottamente, sono stati inseriti per legge nel lavoro pubblico, debbono andarsene a casa. Se la scelta fosse di mandare a casa questi lavoratori sarebbe un'ingiustizia ed un vero dramma sociale. Non potrei sottoscriverla, non potendo accettare di cambiare, dopo quattro mesi, il mio ruolo di assessore al lavoro e alle politiche sociali in quello di assessore alla disoccupazione ed all'esclusione sociale. 
Lino Leanza, assessore regionale al Lavoro

Ringrazio l'assessore Leanza per le cortesi considerazioni. Tuttavia vorrei anche invitarlo ad un supplemento d'attenzione. Non ho mai scritto che i 22.500 precari in servizio negli enti locali debbano andare a casa. Anzi: ho scritto il contrario. Non sarebbe possibile e nemmeno giusto. Senza contare che, pur non vivendo a Palermo da trent'anni, torno molto spesso in città. Talvolta anche per lunghi periodi. Non avrei nessun piacere a vedere le strade messe a ferro e a fuoco dalle rivolte sociali come accaduto di recente ad Atene. Mi sono limitato ad affermare che bisogna rubricare il problema dei precari nella categoria dell'assistenza. Doverosa. Ma non cieca. Vuol dire che, a fronte dell'assegno, sarà necessario che i precari lavorino sul serio, siano controllati e, soprattutto non ci siano truffe. Non mi sembra una richiesta particolarmente eversiva: qualunque dipendente ha un obbligo di fedeltà nei confronti del datore di lavoro. Altrimenti va a casa. Non si capisce perché i precari siciliani debbano fare eccezioni. Senza contare un altro elemento. L'assessore dice che da anni non si fanno concorsi nella Pubblica amministrazione. Ci sarebbe da chiedersi la ragione. Non è, per caso, che le giunte del passato abbiano favorito questo blocco per aprire la strada agli lsu? Un dubbio senza risposta. Le conseguenze, però, si vedono. La qualità del personale burocratico sta progressivamente scendendo. I concorsi, infatti, selezionavano il merito. La stabilizzazione dei precari solo la clientela. Paragonare poi la spesa per la cassa integrazione, che si avvale di un sostanzioso contributo delle aziende, con quella per i precari è per lo meno improprio. Comunque egregio assessore non c'è problema. I 22.500 avventizi degli enti locali siciliani avranno il loro posto. Su questo non c'è dubbio. Alla fine una soluzione andrà trovata. Si dovranno però accontentare di assegni ridotti al minimo. Né potranno gravare oltre sulle tasche dei contribuenti. Toccherà ai sindaci e presidenti della provincia trovare le risorse per la sanatoria. In questo momento tutto il Paese è chiamato ad uno sforzo di austerità. Difficile pensare che possa esserci un'eccezione per i precari siciliani.
Nino Sunseri

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