Quei medici siciliani con la giubba rossa

La memoria di questi valorosi merita di essere rinnovata, perchè il loro ruolo nella marcia verso l'Italia unita fu splendido e indimenticabile

Si può considerare solo penoso negare il salto di qualità che l'Italia tutta, unendosi, fece verso l'ingresso a vele spiegate nell'Europa moderna». Queste parole pronunciate dal Presidente Napolitano a Marsala, in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dello sbarco dei Mille, si oppongono a ogni controstoria oggi di moda. Risorgimento, epopea garibaldina, unità d'Italia. Sono la fase conclusiva di un lungo percorso che scaturiva dal seno della società civile e che comportò insurrezioni, guerre perdute, martirii che parvero vani, dispotismo restaurato.



Vittorio Alfieri diede per primo forma vigorosa al concetto di Risorgimento, come attesa fiduciaria di un giorno in cui l'Italia «inerme, divisa, avvilita, non libera, impotente» sarebbe risorta «virtuosa, magnanima, libera e una». Si afferma il presupposto di una nazionalità: la volontà di essere uno stato-nazione. In ogni caso il Risorgimento, come giudicavano molti storici, fu la più grande rivoluzione dell'Ottocento. Il Risorgimento italiano fu sopra tutto opera della parte colta della nazione, influenzata anche dall'enciclopedismo francese. Senza nulla detrarre alla gloria di umili lavoratori, è innegabile che le azioni furono promosse e condotte da uomini di maggiore educazione intellettuale, con quasi totale assenza delle masse cattoliche, contadine, operaie. Nobili, avvocati e numerosi sacerdoti del minor clero. Non potevano mancare i medici, molti dei quali siciliani.



Da un capo all'altro d'Italia i medici patrioti furono legione. In proporzione del numero, il loro tributo di sofferenze e di sangue non è inferiore ad alcun altro. Un testimone, ha detto che i medici furono tra i principali artefici della preparazione, prima d'essere tra gli attori di quel dramma. Sembrava che la stessa loro professione li rendesse attenti alle disfunzioni che pervadevano il corpo nazionale e fossero spinti a rischiare la propria quiete e la propria incolumità per operare la guarigione. Si dimostra che la storia della medicina è un disegno intessuto nella storia della civiltà.



La memoria di questi valorosi merita di essere rinnovata almeno per due motivi. Perché è diffuso convincimento che la classe medica si dedichi esclusivamente all'ambito circoscritto dei propri interessi professionali o dottrinali, poco sensibile ai grandi temi ideali e politici. Inoltre si registra - pur essendo naturalmente lecita ogni revisione critica - che il fascino del Risorgimento si allontana con i nuovi libri di testo e con idee politiche slegate, mentre anche nel prefigurato federalismo l'unità d'Italia mantiene integro il suo valore. Un piccolo contributo alle celebrazioni dell'unità d'Italia. Il momento più significativo fu l'arrivo a Palermo di Garibaldi e dei Mille. La Sicilia - con Francesco Crispi, Rosolino Pilo, Giuseppe La Masa - si spese ed ebbe partecipazione attiva per la riuscita della spedizione delle Camicie Rosse. Splendido fu il ruolo dei medici nel compiere questa marcia verso l'Italia unita. Medici e professori indomabili, liberali, carbonari, patrioti, massoni. Monotono sarebbe un lungo elenco di dottori che hanno partecipato alle gesta garibaldine. Non pochi furono presenti a tutte; alcuni ad alcune; i più all'epopea del Sessanta. Da Jacopo Ruffini, primo e maggiore amico di Mazzini, all'onnipresente Agostino Bertani, già capo-chirurgo dell'ospedale militare di Sant'Ambrogio, al cremonese Pietro Ripari, che avevano vissuto le Cinque Giornate di Milano e la Repubblica di Roma. Giambattista Prandina, intimo di Garibaldi al quale chiese di essere cremato dopo la morte. Scriveva Bertani, organizzatore del servizio sanitario: «Io non durai fatica a cercare medici esperimentati o giovani di belle speranze o valenti operatori». E, inoltre, fra i tanti e tanti: il bresciano Francesco Ziliani «forte, bello e anche ricco»; Achille Sacchi, definito da Garibaldi «il medico che si batte».  È singolare il consiglio del celeberrimo fisiologo professor Paolo Mantegazza - che aveva combattuto nelle Cinque Giornate - mirato alle cure e procedure igieniche per la campagna di Sicilia - tra le quali il portare sempre, al caldo e al freddo, «un giubbettino di flanella in contatto immediato della pelle e aver seco due o tre once di coca, fornibili dalla famosa farmacia milanese di Brera, ben chiuse in una scatola di latta. Quando si debbano fare marce faticose o rimanere a digiuno per più ore, masticando queste foglie e ingoiandone il succo si resiste alle fatiche senza provare stanchezza». E fu un medico che aveva combattuto in Brasile con Garibaldi, Giuseppe Belgrano, il primo a introdurre la cocaina in Italia.



Non vanno altresì dimenticati: Giacomo Giuseppe Aloisi con doppia laurea con lode in medicina e giurisprudenza, il professor Emilio Cipriani già tra i volontari toscani a Curtatone, il dottor Andreuzzi il medico dei poveri, Luigi Billi amico di Carducci, il famoso professor Porta di Milano. Una nota particolare si deve al dottor Giuseppe Nodari da Castiglione delle Stiviere «anima d'artista», che dipinse acquarelli - riscoperti da Philippe Daverio - con inediti particolari dell'avventura dei Mille, raccolti in un album che verrà esposto a Palermo il 29 maggio alla Galleria d'Arte Moderna Sant'Anna. Non può mancare il nome di Enrico Cairoli: il più glorioso fra gli studenti di medicina, parecchi dei quali non arrivarono alla professione, perché portati via dalla guerra e dalla loro passione insurrenziale. Numerosi furono i medici siciliani. Fra questi includiamo Corrado Tommaso Crudeli, ferito alla testa a Milazzo, poi nel 1865 professore di anatomia patologica nella facoltà medica di Palermo, innovatore di tale insegnamento. Meritano inoltre una grata citazione: Rocco La Russa, morto con una palla in fronte nella battaglia di Ponte Ammiraglio, vividamente rappresentata dal nostro grande pittore Renato Guttuso; il dottor Lampiasi di Salemi; il giovane Giuseppe Romano-Catania, che andò a combattere appena laureato. Questo piccolo Pantheon garibaldino si può concludere con due ardimentose e fulgide figure. Giuseppe Basile di Siculiana, laureato in farmacia e medicina, nominato sul campo primo chirurgo divisionale, che pose diagnosi esatta - in contrasto con tanti luminari, anche stranieri chiamati a consulto - sulla localizzazione del proiettile che aveva ferito Garibaldi in Aspromonte. Morì molto giovane di colera nel 1867. L'Eroe dei due mondi commosso esclamò: «Chi fu testimone... capirà quanto dolorosa mi sia la perdita del martire di Siculiana, modello di patriottismo, di abilità, di valore».



Enrico Albanese, chirurgo, patriota, filantropo, che contribuì a salvare Garibaldi dall'amputazione del piede. A lui toccò l'ufficio di imbalsamare il cadavere dell'eroe. Fu professore ordinario di chirurgia nell'ateneo di Palermo e realizzò l'«Ospizio Marino» - a favore dei bambini malati - trasformando la residenza estiva dei Reali di Napoli all'Arenella. «Io vi devo una parola di lode sul combattimento; il vostro contegno, in quel giorno memorabile, non fu solamente quello d'un abile e attivo chirurgo, ma pure quello di un intrepido soldato. È questo un tributo al vostro merito»: con tale alto elogio lo celebrò Giuseppe Garibaldi, nell'agosto del 1866. Dopo le gesta garibaldine l'età eroica del Risorgimento si compie: da idea-forza divenne mito retorico. È ancora da scrivere una storia dei medici che alla rinascita politica della patria si appassionarono: molti dei quali patirono persecuzioni, esilii, prigioni e parecchi sacrificarono la vita. I dottori con la giubba rossa sognarono forse che le future generazioni non li avrebbero dimenticati. E noi non li dimentichiamo, perché il ricordo è una reliquia laica.

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