Gran Bretagna, l'arduo compito per i conservatori

Se le cose stessero come usiamo chiamarle noi, tutto sarebbe più semplice. Per noi sul Continente quelle di ieri sono state le "elezioni in Inghilterra" e gli inglesi hanno votato con chiara volontà: per rimandare a casa Gordon Brown e la memoria di Tony Blair, per il cambio della guardia, per il Partito Conservatore rinnovato e, dunque, per David Cameron. Con una maggioranza certo non schiacciante, ma netta e comunque sufficiente a garantire una legislatura di riforme profonde e tanto necessarie.
Però gli inglesi non sono soli ad abitare il Regno Unito. Ci coabitano gli scozzesi e i gallesi. E, soprattutto i primi, hanno perso da tempo l'abitudine di votare per i conservatori e anzi spesso e volentieri gli votano contro. Non riescono di solito a eludere la volontà degli inglesi, che sono netta maggioranza demografica, ma qualche volta ce la fanno, in casi come questo, ad ostacolare se non bloccare la volontà dei primi. Sta accadendo e per questo la notte elettorale britannica, di solito rapida e concisa, si è prolungata stavolta nell'alba.
Sono state confermate, dunque, le previsioni. Sappiamo tutto quello che sapevamo prima. Il vincitore era noto e di colore blu: Cameron. Ha preso più voti di tutti, ha effettuato il sorpasso sui laburisti, ha contenuto la "carica" dei liberali. Ha fatto tutto quello che voleva e poteva. E si ritrova, verso il fondo della notte, con una manciata di seggi in meno del massimo-minimo necessario per mettere in piedi un "governo stabile" in un Paese nominalmente bipartitico: quel "livello 320" seggi su 650 che diventa in pratica un 326 strettamente numerico perché ai conservatori si aggiungono sempre una mezza dozzina di deputati dell'Irlanda del Nord.
Sul filo di lana, dunque, come era prevedibile e previsto da molto prima che i britannici si inoltrassero in una delle loro campagne elettorali-lampo. Una incertezza numerica che però contiene una certezza politica: la fine dell'era "neolaburista", quella concepita, inaugurata, guidata e per un decennio accentrata da e su Tony Blair. Gordon Brown è stato il suo numero due e il suo rivale, abbastanza forte all'interno del partito da obbligarlo alla "staffetta", non forte abbastanza per costituire un'alternativa, a metà strada dunque fra una continuità con autorità diminuita e una discontinuità sufficiente. Brown ha gareggiato appesantito da due zavorre: prima in ordine di tempo il risentimento della maggioranza dei cittadini per la politica estera di Blair, il suo "interventismo" in Irak e altrove, il suo "appiattimento" sulla politica americana di George W. Bush. La seconda, altrettanto e ancora più grave, le conseguenze di una crisi economica di cui nessuno incolpa i laburisti ma inevitabilmente contribuisce, come di regola in situazioni del genere, alle fortune del governo in carica. Brown insomma non ha potuto spingersi abbastanza lontano per essere giudicato sulle proprie azioni di governo e non ha potuto dunque giocare la carta della continuità. Avrebbe potuto tentare di presentarsi in alternativa a se stesso, cioè al "blairismo", ma non ne ha avuto il modo né, soprattutto, il tempo. Ha cercato allora negli ultimi giorni di giocare una vecchia carta dei due maggiori partiti britannici, quella del "voto utile", di portare nelle urne la volontà di chi vorrebbe votare per i liberali ma teme, visto il sistema elettorale uninominale e dunque indirettamente maggioritario, di sprecare il proprio suffragio. Strategia un po' consunta e nella quale inoltre i laburisti hanno trovato stavolta dei competitori proprio nei conservatori, che hanno fatto leva, a quanto pare con maggior successo, su una immagine "alternativa" ma pratica, un po' come se i conservatori fossero "dei liberali un po' meno liberali ma più grossi dei liberali".
Non ha funzionato abbastanza ma servirà a quanto pare a proporre al Paese attraverso il Parlamento una "nuova maggioranza" senza una maggioranza assoluta. Posizione di partenza scomoda ma fedele riflessione, dopotutto, degli umori dell'elettorato, tentato dalla protesta. L'appello di Cameron è un po' lo specchio, dunque l'immagine capovolta, del "neolaburismo" lanciato da Blair tredici anni fa. Allora i "rossi" si sbiadirono, oggi i "blu" devono darsi un'immagine di novità scolorendo come Cameron si è sforzato di fare, non il colore ma la propria immagine nell'elettorato medio. Il risultato è un programma che ideologicamente è molto elaborato e contiene novità autentiche, o meglio una interessante rielaborazione di principi antichi ma in superficie e nell'attualità ha raccolto soprattutto il consenso della protesta. Se governare gli riuscirà, non sarà facile. Né lo sarà per i vicini e gli alleati di Londra. Questi nuovi "inglesi" si presentano in primo luogo come "euroscettici" convinti e, si teme, intransigenti.

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