Catania, scoperta truffa sui call center da 34 milioni

Arrestate 10 persone, ma ancora se ne cerca una. Per 5 di loro disposti i domiciliari. Al centro delle indagini 4 aziende, tra cui una di Lamezia Terme e una di Vibo Valentia

CATANIA. Una presunta truffa allo Stato di circa 34 milioni di euro realizzata con una rete di società italiane ed estere che riuscivano a ottenere finanziamenti pubblici attraverso la costituzione di contact center, aziende che vendono software a clienti del settore televisivo e della telecomunicazione, in Piemonte, Puglia, Calabria e Sicilia è stata scoperta dalla guardia di finanza di Catania. Complessivamente sono 10 le persone arrestate, a cinque delle quali sono stati concessi i “domiciliari”. E' attualmente irreperibile un indagato che si troverebbe all'estero. Al centro dell'inchiesta ci sono progetti finanziati dal ministero dello Sviluppo economico per un ammontare di 44 milioni di euro, 34 dei quali circa già concessi, a favore di quattro società: la B2b con sede legale a Catania ma operante a Trapani, la Multimedia planet con sedi a Trapani e Bistritto (Bari), la Multivoice di Lametia Terme (Catanzaro) e la Soft4web di Vibo Valenzia. Secondo l'accusa la truffa verteva sull'acquisto, con finanziamenti di Stato ottenuti con la legge 488, del “codice sorgente” di un software di gestione di call center, che secondo la polizia postale di Catania non sarebbe però mai stato utilizzato perché presentava un bug di difficile soluzione informatica e che era prodotto da due aziende che avevano sede all'estero. Le indagini della guardia di finanza avrebbero permesso di appurare l'esistenza di anomale fatturazioni fra gruppi e aziende, che per la Procura di Catania erano soltanto apparentemente estranee tra loro, ma in realtà erano collegate. Con questo sistema, ritiene l'accusa, sarebbe stato possibile "svuotare le cassa dei call center a favore di conti correnti, aperti in banche svizzere e orientali, da società organicamente poste in posizione ‘superiore’ nella catena di controllo a ‘piramide’". Alcuni dei promotori della truffa, secondo l'accusa, prestavano la propria consulenza alla società fornitrice del software, per il quale avrebbero ricevuto i contributi, affinché fosse utilizzabile almeno a livello dimostrativo per ingannare gli ispettori ministeriali preposti al controllo. Per il procuratore capo etneo Vincenzo D'Agata e il sostituto della Dda Antonino Fanara, che coordinano l’inchiesta, "erano tre degli indagati i veri ideatori e promotori" di quella che i magistrati definiscono "una e vera e propria associazione per delinquere finalizzata alla commissione di una serie di reati tributari e, soprattutto, di truffe ai danni dello Stato con la richiesta e la percezione di contributi pubblici non dovuti".

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