I mandanti impuniti dei genocidi africani

«Tutti i maggiori responsabili dei genocidi africani sono rimasti impuniti, quando non hanno ottenuto altri onori anche dall'Italia repubblicana e democratica... Mussolini, al quale vanno attribuite le massime responsabilità per aver fatto di una guerra coloniale una guerra di sterminio, è stato giustiziato, ma non per i suoi crimini in Africa». Scrive così Angelo Del Boca, il massimo storico del colonialismo italiano,nel saggio pubblicato da Longanesi, La guerra d'Etiopia. Del Boca, noto anche per Italiani brava gente, ormai diventato un best seller, mette sotto accusa, oltre Mussolini, tutti i generali che si sono resi responsabili delle carneficine di soldati e civili africani. Ha documentato l'uso massiccio dei gas per sterminare le popolazioni (anche polemizzando con Indro Montanelli che si era lasciato convincere delle tesi «buoniste» dei generali italiani). In questo saggio l'autore ricostruisce in modo dettagliato le varie fasi della campagna d'Etiopia che precedette la proclamazione dell'impero italiano. Ma quel discutibile successo militare scatenò anche una reazione popolare: una resistenza locale che vide impegnate le truppe italiane fino al 1941, quando gli inglesi attaccarono la colonia mettendo fine al sogno imperiale fascista. Le atrocità, come ora documentano gli archivi militari finalmente aperti, furono enormi: uso massiccio di armi chimiche, creazione di campi di concentramento, deportazioni e uccisioni di massa. E per queste barbarie, alla fine, non ha pagato nessuno: Graziani, uno dei maggiori responsabili, fu processato e condannato ma non per le stragi in Etiopia e in Libia ed oggi la sua tomba e il suo museo sono meta di pellegrinaggi; Badoglio è morto di vecchiaia nel suo letto, carico di onori. Ma gli orrori sono stati ripetuti, come sappiamo, anche in tempi più recenti. Un libro, uscito in questi giorni, ce ne propone uno poco conosciuto. Lo ha scoperto Dario Fertilio, giornalista e scrittore, scrivendone per la Marsilio: Musica per lupi. Con un taglio narrativo, l'autore racconta la storia del più orrendo esperimento carcerario condotto fra il 1949 e il 1952 in una prigione speciale di Pitesti, una città a nord di Bucarest. Fertilio ha scoperto il clamoroso caso in un convegno internazionale, in seguito alla denuncia di una studiosa romena, lo ha approfondito, accertando che in quel penitenziario le torture, finalizzate alla «rieducazione» dei giovani oppositori del regime, sfociavano in un culmine demoniaco che faceva ricordare le 120 giornate di Sodoma del marchese de Sade, poi riprese in un celebre film di Pierpaolo Pasolini. L'idea è quella solita di tutti i dittatori di sinistra (vi ricordate Pol Pot?), cioè di creare «uomini nuovi». Pitesti annientava l'uomo, non psicologicamente e biologicamente, come Auschwitz, non con lo sterminio come i gulag sovietici e neppure con la rieducazione forzata e spietata (che si concludeva, anch'essa, con la morte dei detenuti), come in Vietnam e in Cambogia. I metodi sperimentati si concentravano sulla tortura continua, di giorno e di notte, sino all'annientamento umano. Spesso gli esperimenti venivano affidati agli stessi detenuti, guidati da Eugen Turcana, un individuo malvagio che diede prova di mostruosità, forse per salvarsi la vita. Ma nel 1952 gli esecutori vennero condannati a morte, ma non i mandanti, che forse sono ancora vivi e ben protetti. Neppure la scrittrice romena Herta Muller (Premio Nobel per la letteratura 2009), nei sui libri, aveva fatto denunce così forti nei confronti della dittatura di Ceausescu. Nel romanzo, uscito da Marsilio, In viaggio su una gamba sola, racconta la sua «fuga» dalla Romania alla Germania ovest (1987), con le persecuzioni del regime comunista di Bucarest. È un'opera importante, non solo narrativa, sulle sofferenze della gente, su una fuga dalla dittatura e il travaglio di un esilio difficile. Infine, a questi temi si ricollega anche la voce di uno scrittore, Aharon Appelfeld, che Primo Levi definì «quella con un tono unico, inconfondibile, espressivo anche nei silenzi». Infatti, nel suo romanzo Un'intera vita (Guanda), Appelfeld racconta la storia di un lungo viaggio: quello di una bambina verso i campi di prigionia nazisti alla ricerca della madre. Un romanzo struggente che esplora la «diversità», che riscopre anche tanta umanità, un'identità da costruire con l'aiuto di tanti personaggi che Helga, la bambina-protagonista, incontra (ebrei, cristiani, non credenti). Appelfeld, originario della Bucovina, venne, insieme al padre, deportato dai nazisti in un lager, da cui riuscì a fuggire. Oggi insegna letteratura ebraica all'Università Ben Gurion in Israele.

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