Il successo del realismo di Obama

Se n'è accorto il mondo, se ne sta accorgendo perfino l'America. Che sta perdendo un profeta e ha trovato un presidente. Quindici mesi dopo essere approdato al potere pieno di idee, di buone intenzioni e di ingenuità, Barack Obama mostra adesso di essercisi insediato solidamente, anche se non proprio comodamente e di avere perduto alcune delle sue illusioni e molta della sua apparente timidezza, quella che pareva impedirgli, abbastanza a lungo, di manovrare come si deve le leve del potere. Esagerando alquanto, si potrebbe dire che alla Casa Bianca c'è stato un cambio della guardia: ne è uscito un sospetto imitatore di Jimmy Carter ed è entrato un leader, sia pure di tipo un po' particolare: un Professore. Non dovrebbe essere una sorpresa totale: lo stile oratorio di Barack Obama, durante una campagna elettorale perfettamente coordinata ed estremamente tenace, è sempre stato in forte misura accademico. Gli spunti retorici, a tratti addirittura messianici, non mancavano ma si sintetizzavano poi nello slogan ripetitivo e fortunato: "Yes we can". Che però ricuciva un discorso ricco di dettagli, che apparvero troppi quando il candidato si trasformò in presidente e da oratore magistrale, parve a molti, in intellettuale un po' troppo verboso e raffinato. I suoi colleghi nel Partito Democratico cominciavano, sottovoce, a paragonarlo meno all'emblematico Kennedy che ad Adlai Stevenson, la "testa a punta" che per dieci anni abbondanti tentò invano la scalata alla presidenza, sconfitto nel 1952 e nel 1956 da Eisenhower e messo fuori combattimento proprio da Kennedy nelle primarie del 1960. Una impressione che per molti era quasi un incubo, soprattutto durante l'interminabile dibattito sulla riforma della sanità, che portò Obama sull'orlo di una sconfitta per mano di una opposizione repubblicana dalla retorica semplice ed efficace. Fino al giorno in cui il presidente si mise davvero a fare il Professore, in occasione di quello che doveva essere un dibattito con gli avversari e si rivelò invece una prolusione precisa anche se non concisa, puntuta e professoralmente intransigente. La riforma passò e, lo sappiamo ora, "liberò" Obama, che poté da allora dedicarsi a un compito per cui era evidentemente più preparato: il campo della politica estera. Dal momento in cui ha potuto dedicarvisi, Obama si è rivelato instancabile, deciso, audace nel giocare tutte le carte che si trova in mano, o nella manica. Il trattato con la Russia, il vertice nucleare, le iniziative nei vari scacchieri del Medio Oriente, il contrattare serrato con la Cina. Di solito i presidenti al debutto hanno il passo relativamente sicuro nella politica interna e nell'economia mentre "studiano" le relazioni internazionali e ne diventano esperti col tempo. A Obama accade evidentemente il contrario: fin troppo prudente nell'affrontare le conseguenze economiche e sociali della crisi finanziaria, egli dimostra grande sicurezza nel mettere mano a due ordini di problemi: quelli ereditati dal suo predecessore (l'Iraq, l'Afghanistan, l'immagine dell'America nel mondo) e quelli della sua agenda per il futuro. Obama non ha certo pronte tutte le soluzioni ma ha una sua "visione" del mondo. Cui si attiene con tutta la coerenza possibile, nel successo e nelle battute d'arresto. Dall'Iran, per esempio, egli non pare avere ottenuto finora quasi niente e anche nella Palestina e dintorni i contrasti si sono confermati insanabili, mentre con interlocutori o controparti più razionali (a cominciare dalla Russia e dalla Cina) l'uomo della Casa Bianca ha potuto perlomeno rivelare una strategia coerente e decisamente ispirata alla Realpolitik e non ai "sogni" di tipo "liberale" attribuitigli o all'"approccio" rigido e ideologico-militare di coloro che si chiamano ancora neoconservatori. Di questa evoluzione, o rivelazione, verso il realismo ha fatto le spese appunto Obama il Profeta, mentre si moltiplicano le indicazioni di una rivalutazione se non addirittura continuità con i tempi e i modi della politica estera di George Bush sr., il gestore della fine della Guerra Fredda, l'erede di Reagan. Una linea apparentemente indigesta al nucleo duro dei repubblicani, a quelli che la pensano come l'ex vicepresidente Cheney e la sua "delfina" Sarah Palin ma che trova l'appoggio di un altro tipo di repubblicani, dal senatore Lugar, principale esperto in politica estera, a James Baker, "eminenza grigia" nelle amministrazioni del vecchio Bush e di Reagan. Obama presidente ha appoggi più robusti che non il Profeta che pare volersi ritirare nell'ombra.

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