E la liberalizzazione va avanti

Riparte la corsa della benzina. La verde torna a superare quota 1,42 euro al litro facendo scattare l'ira dei consumatori perché come al solito comanda il doppio binario: prezzi rapidi in salita (quando si apprezza il petrolio) e troppo lenti a scendere quando il greggio fa retromarcia.  Normali movimenti di mercato? Certo ieri il greggio ha toccato la vetta superando la soglia di 86 dollari al barile. Però la relazione è molto leggera. L'anno scorso quando il prezzo del barile scendeva quello del pieno continuava a salire. O comunque diminuiva in maniera ben più contenuta... Né si può dire che ci sia una pressione particolarmente accesa della domanda. A febbraio i consumi sono calati del 7.9% rispetto ad un anno prima. In termini assoluti vuol dire un taglio di 62 mila tonnellate.  L'Unione petrolifera si scherma dietro motivi tecnici per spiegare i continui ritocchi: «I prezzi della benzina in Italia», spiegano «si sono mossi assolutamente in linea con quelli internazionali». Insomma, per i petrolieri «gli aumenti sono conseguenza del deciso apprezzamento, non solo del petrolio, ma anche e soprattutto delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati rilevati quotidianamente dal Platts». Che, secondo l'Up, può andare in direzione diversa da quello del greggio. Polemica finita? Neppure per idea. C'è chi si è preso la briga di contabilizzare quanto potrebbe pesare questo ritocco sul bilancio familiare: secondo le stime gli automobilisti, per costi diretti ed indiretti, continuano a pagare 190 euro annui in più. Senza dimenticare che il confronto con il prezzo medio europeo vede l'Italia gravata da un rincaro fra tre e quattro centesimi rispetto agli altri Paesi.  E allora? Allora non resta che spingere ancora sulla liberalizzazione e sulla riduzione dei punti vendita. Il governo sta preparando un provvedimento che marcia in direzione dell'apertura del mercato. Innanzitutto abbattendo il numero degli impianti. Oggi ce ne sono seimila in più del necessario. Si tratta di piccoli esercizi che vivono grazie alla scarsa concorrenza esistente nel settore. Andrebbero chiusi e l'attività concentrata in distributori di maggiori dimensioni. Il provvedimento del governo prevede anche di rendere flessibili gli orari di apertura e di facilitare i rapporti tra il rivenditore e i petrolieri. Questo porterebbe all'aumento dei distributori indipendenti. O, come si dice in gergo, con l'insegna bianca perché non ha il marchio delle compagnie. Si tratta della vecchia proposta contenuta nel decreto Bersani che punta a rompere il vincolo dell'orario e a trasformare gli impianti in piccoli supermarket. Sono passati quattro anni ma non è successo nulla. I piccoli distributori di città che erano destinati a sparire sono ancora in gran parte vivi e vitali. Tanto meno c'è stata la rottura degli orari e delle definizioni commerciali. I distributori di benzina continuano a vendere solo carburante e attività collegate. Per non parlare dell'alleanza tra petrolieri e grande distribuzione. Gli impianti aperti nei centri commerciali si contano sulle dita di una mano e sono tutti concentrati a nord. Quasi impossibile trovare un distributore di metano nonostante la diffusione delle vetture alimentate a gas. In tutta Palermo ce n'è uno solo. In queste condizioni è difficile parlare di mercato.

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