Aria pesante su Obama

Barack Obama: una doppietta di pochi giorni. Lunghi mesi di digiuno e di tormento e poi, a distanza di poche ore, due bersagli "centrati": la riforma sanitaria negli Usa e l'accordo nucleare con la Russia. Gli americani continuano a parlare della prima e ad arrabbiarcisi, il resto del mondo, comprensibilmente, appunta la propria attenzione, sull'altro, successivo evento. Il nucleare riguarda tutti, quello "pacifico" del presente e del futuro e quello dell'incubo con cui l'era atomica si è aperta e che continua a incombere. Si è attenuato, naturalmente, con la fine della Guerra Fredda, se non altro per considerazioni numeriche: nel 1986, cioè negli ultimi anni della Guerra Fredda, prima di Gorbaciov e di Reagan, l'Unione Sovietica possedeva 45mila testate nucleari e gli Stati Uniti 24mila. Già prima del nuovo trattato l'arsenale russo è ridotto a 12mila, quello americano a 9.400. Gli altri sono, al confronto, pigmei anche se in sé rispettabilmente armati: 300 "bombe" francesi, 240 cinesi, 185 britanniche, pressappoco 80 israeliane, fra 70 e 90 pachistane, fra 60 e 80 indiane, più forse un paio di nordcoreane e, nel futuro ipotetico, quella iraniana. Erano in totale 70mila, sono 22mila, c'è spazio e forse anche tempo per tagli ulteriori più vicini all'osso. Nessuno ne è convinto quanto l'attuale presidente Usa, che ci lavora dal primo giorno in cui è alla Casa Bianca, quattordici mesi senza mai mollare, con un carico di buona volontà che va al di là del comune auspicio e si struttura invece in una "dottrina" che è "rivoluzionaria" anche se sembra ovvia e va alla radice: il trattato di non proliferazione nucleare, quello che quasi tutti i Paesi hanno firmato, prevede in sostanza che chi non ha l'arma atomica non se la fabbrichi e chi ce l'ha a poco a poco smagrisca i propri arsenali.
L'obiettivo finale è la denuclearizzazione del pianeta, implicito per i più, esplicito nell'impegno di Obama, che ritiene ciò la conclusione logica della fine della Guerra Fredda: che le superpotenze della Guerra Fredda (che nel campo nucleare restano due anche se per il resto la Russia è stata "declassata") facciano la loro parte e acquisiscano così una maggiore e non equivoca credibilità nel pretendere che gli altri stiano ai patti. Tale interesse condiviso produsse già nel 1991 (proprio negli ultimi giorni di vita dell'Urss) il Trattato Start (Strategic Arms Redaction Treaty), che è scaduto lo scorso dicembre e il cui rinnovo è stato ostacolato da ritorni di tensioni non solo nel Medio Oriente ma anche fra Mosca e Washington, riassunte dal progetto di George W. Bush di costruire uno Scudo ufficialmente rivolto contro l'Iran ma che doveva consistere in basi missilistiche Usa ai confini russi. Obama lo ha "modificato", in pratica cancellato e ciò ha reso possibile, dopo trattative molto serrate, il nuovo patto decennale, che prevede ulteriori tagli: da 2.200 testate nucleari per Usa e Russia a 1.550, da 1.600 rampe di lancio a 800, per un totale di non più di 700 fra missili e aerei strategici con carica nucleare, sempre a testa. Abbastanza perché la Russia e l'America continuino ad essere in grado, uniche al mondo, di obliterarsi a vicenda. C'è ancora della strada da fare, ma la direzione è quella giusta e l'imminente firma del nuovo trattato è prevista pressappoco per Pasqua a Praga, la capitale di un Paese che aveva aderito allo Scudo ma anche la città in cui per la prima volta Obama svelò la sua agenda per il controllo degli armamenti, in un discorso che gli valse il premio Nobel per la pace.
Tempi brevi, dunque, ma senza nessuna garanzia. Perché il trattato deve essere ratificato dai Parlamenti dei Paesi firmatari e, mentre non vi sono dubbi che la Duma di Mosca obbedirà a Medvedev e a Putin, è assai incerto che il Congresso di Washington faccia lo stesso. Perché è un potere sovrano e separato da quello esecutivo e perché per la ratifica è necessaria una maggioranza dei due terzi in Senato: 67 sì su cento. I democratici sono 59 e dunque occorrerebbe un considerevole appoggio dei repubblicani, ipotesi oggi remota. Diversi influenti senatori hanno già preannunciato che la ratifica è "estremamente improbabile" anzi che non ci pensano neppure a discuterne. Questo perché hanno delle riserve specifiche, rispettabili argomenti di "sicurezza nazionale" ma anche perché sono fresche, anzi sanguinanti, le ferite causate dal dibattito sulla riforma sanitaria. Almeno per ora i repubblicani non sono disposti ad aiutare Obama. Il loro stato d'animo, anzi, si riassume meglio nella parola rappresaglia. Se non addirittura vendetta.

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