Impresa e mafia a Villabate: chiesti 53 anni di carcere

Sotto accusa, tra gli altri, l'imprenditore romano della Asset Development Francesco Paolo Marussig, l'ex sindaco di Villabate Lorenzo Carandino e gli architetti Rocco Aluzzo e Antonio Borsellino

Palermo. Il procuratore generale Silvio Sciuto ha chiesto la condanna a 53 anni di reclusione dei sette imputati del processo sui rapporti tra imprenditoria, politica e la cosca mafiosa di Villabate dei boss Mandalà.
In primo grado vennero tutti condannati a pene comprese tra 7 e 10 anni. Il pg ha chiesto la conferma del primo verdetto per tutti gli imputati tranne che per il presunto capomafia Giovanni La Mantia, condannato a 10 anni, per cui è stata sollecitata la pena di 14 anni di carcere.   
Sotto accusa, tra gli altri, l'imprenditore romano della Asset Development Francesco Paolo Marussig, accusato di corruzione aggravata dall'aver favorito Cosa nostra, l'ex sindaco di Villabate Lorenzo Carandino che risponde di concorso in associazione mafiosa, e gli architetti Rocco Aluzzo e Antonio Borsellino a cui veniva contestato pure il concorso in associazione mafiosa.   
Il processo ruota attorno al progetto di realizzazione di un ipermercato a Villabate. Secondo gli inquirenti, l'imprenditore romano Marussig, interessato alla costruzione del centro commerciale, avrebbe stretto un patto con la cosca capeggiata dal boss Nicola Mandalà, uomo del capomafia Bernardo Provenzano. La mafia avrebbe assicurato il consenso alla vendita dei proprietari dei terreni su cui sarebbe dovuta sorgere la struttura e le necessarie modifiche del piano regolatore comunale grazie ai contatti strettissimi tra Mandalà e l'allora sindaco Lorenzo Carandino. In cambio le cosche avrebbero ottenuto la scelta del 30% delle ditte che avrebbero dovuto eseguire i lavori e gestire i negozi dell'ipermercato e l'imposizione del 20% dei dipendenti da assumere.    
A mediare il rapporto tra il clan e la Asset che aveva il compito di sviluppare il progetto, sarebbero stati, tra gli altri, i due architetti condannati. Per ottenere l'appoggio presso l'amministrazione locale, poi, l'impresa si sarebbe impegnata a versare una tangente di 300 milioni di vecchie lire. Solo una parte, 25 mila euro, della somma, però, sarebbe stata versata. Il collettore della tangente sarebbe stato Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale, poi consulente del sindaco Carandino.    
Il processo è stato rinviato al 2 aprile per le conclusioni dei legali.

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