Il Pdl teme dopo la sconfitta di Sarkozy

Il Pdl italiano teme un effetto emulazione nelle regionali italiane. Dopo la batosta del primo turno, che lo condannava comunque a perdere queste regionali 2010, nel ballottaggio Nicolas Sarkozy si era posto tre obbiettivi per salvare almeno la faccia: 1) Recuperare una parte del 53,7% di astensionisti, in maggioranza elettori del centro-destra delusi della politica e soprattutto della maggioranza, che con la loro diserzione hanno permesso al Partito socialista di superare di quasi due punti l'UMP presidenziale e di mettere così una prima ipoteca sulla prossima corsa all'Eliseo; 2) Evitare di peggiorare il risultato di quattro anni fa, quando la sinistra aveva già vinto in 20 delle 22 regioni metropolitane, mantenendo almeno il controllo dell'Alsazia, della Corsica e dei due dipartimenti d'Oltremare della Guyana e della Réunion; 3) Indurre una parte degli elettori che in prima battuta hanno votato per il Fronte Nazionale a scegliere invece l'UMP, soprattutto nelle 12 regioni in cui il candidato di Le Pen, non avendo raggiunto il 10 per cento dei voti, è stato eliminato.
Ebbene, il presidente è riuscito soltanto in piccola parte nei suoi intenti, tanto che il primo ministro Fillon ha parlato apertamente di successo della sinistra e di delusione per la maggioranza governativa, pur affrettandosi a dare la colpa della disfatta alla crisi globale, alle paure dei francesi per il proprio tenore di vita e allo scarso interesse suscitato dalle regionali. L'aumento di circa tre punti della percentuale dei votanti c'è effettivamente stato, ma non sembra aver giovato gran che all'UMP, rimasto staccato, con il 36,1 per cento dei voti, di ben 18 punti dalla coalizione tra socialisti ed ecologisti giunta al 54,3. Il risultato non porterà perciò molto conforto neppure al PDL italiano, che temeva molto (e, viste le percentuali francesi molto basse per i nostri standard, teme tuttora), un effetto emulazioni nelle regionali italiane della settimana ventura, che si svolgono in circostanze sotto certi aspetti simili. Quanto alla conta delle regioni, solo Alsazia, Guyana e Rèunion si sono finalmente salvate, mentre la Corsica è andata per la prima volta a sinistra. Il Fronte Nazionale, dal canto suo, ha mantenuto nell'insieme le posizioni, a dimostrazione che in Francia c'è tuttora una destra che considera Sarkozy un mezzo bolscevico e non lo voterebbe mai.
Fin da ieri sera il presidente ha convocato all'Eliseo un gabinetto ristretto per preparare un ampio rimpasto, che dovrebbe coinvolgere da un lato alcuni esponenti di sinistra cooptati nel governo (in testa, il ministro degli Esteri Kouchner), dall'altro alcuni dei ministri che, essendosi presentati come candidati governatori nelle regioni, ne sono usciti con le ossa rotte. Ufficialmente, il governo - come ha detto Fillon - tende a minimizzare l'impatto nazionale e anche internazionale di questa consultazione, che lascia abbastanza indifferenti gli elettori francesi, ma Sarko commetterebbe un grave errore se non corresse immediatamente ai ripari. L'insoddisfazione del Paese bei suoi confronti è palese, e se egli intende ricandidarsi all'Eliseo alla fine del suo mandato quinquennale deve fare un grande recupero, puntando, con le scarse risorse che ha a disposizione, a soddisfare almeno alcune richieste di base. I socialisti, dal canto loro, sono al settimo cielo per essere tornati il primo partito (dopo l'umiliante 16% delle Europee), ma si rendono conto che questa vittoria, ottenuta con l'aiuto determinante dei verdi, non è un'ipoteca sulla presidenza, soprattutto se non decideranno presto chi dovrà essere il loro candidato. La Royal, sconfitta da Sarko e poi emarginata dall'apparato, ha vinto con il 61% nel suo feudo del Poitou-Charentes e si prepara a tornare alla ribalta, ma nessuno degli altri maggiorenti la vuole più.
A livello europeo, Sarkozy esce dalla contesa indebolito, anche se oggi tutti coloro che governano in Occidente, di destra o di sinistra che siano, sono penalizzati dalla situazione economica. Ma la Francia resta la Francia, senza la quale, lo vediamo anche in questi giorni, a Bruxelles non si può far nulla.

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