Il “tutti contro tutti” non paga

C’è già qualche segnale che i signori dei partiti - verrebbe da dire: i signori della quasi guerra – abbiano in parte rinunciato alla politica dello scontro permanente per tornare più semplicemente alla politica. La strategia del “tutti contro tutti” non paga, in realtà perdono tutti, e questo l’hanno capito tanti politici, se non per innata sensibilità, per i duri moniti contenuti nei sondaggi. A spaventare non sono quelle previsioni che riguardano le intenzioni di voto – gli interessati pensano sempre di poter recuperare – ma i dati che si riferiscono a una sensibile crescita degli astenuti, che sono già i rappresentanti di un robusto partito.
Ricompare, insomma, lo spettro dell’Antipolitica, che questa volta soccorre la Politica, inducendo i gruppi dirigenti dei partiti ad abbandonare la guerriglia delle liste per dedicarsi alla campagna elettorale.
L’Antipolitica fa paura, danneggia non soltanto macchine e apparati politici, tocca le stesse istituzioni: fra l’altro, diminuisce ulteriormente la fiducia nella magistratura. Il recupero di responsabilità, l’instaurarsi di un clima nuovo e fattivo, l’abbandono della rissa dovrebbero finalmente consentire di chiarire i temi – consensi e dissensi - della campagna elettorale. Finora non si è parlato né di questioni aperte né di strategie e i cittadini elettori sono stufi di sentir disquisire di bolli quadrati e rotondi, di Tar, Consiglio di Stato e Corti d’appello. I dirigenti dei partiti in lizza spieghino con chiarezza quali sono le loro posizioni in materia di infrastrutture e interventi, di raccordo fra comuni, province, regioni e governo centrale; chiariscano cosa pensano di fare in materia di viabilità, sanità e fisco locale. Sentiamo di dover formulare un appello alla concretezza, doveroso per chiunque abbia consapevolezza civile, affinché i partiti tornino a svolgere il ruolo di orientamento, di divulgazione e di aggregazione che costituiscono la loro forza e ne legittimano l’esistenza.
I cittadini devono sapere che cosa sono chiamati a scegliere.
Un ritorno alla chiarezza e alla concretezza non è soltanto un passaggio obbligato per recuperare credibilità al sistema, è una necessità di fronte alla crisi globale. L’Italia ha pagato i suoi prezzi, per taluni indicatori è andata un po’ meglio della media dell’Unione europea. Ma gli orgogli minimi e le mezze primazie continentali non hanno alcun valore. La verità è che l’asse della crescita minaccia di lasciare il continente europeo nell’area grigia dello sviluppo, a favore delle aree asiatiche.
Il problema italiano – che è anche quello europeo – è quello di agganciare la ripresa in maniera stabile e proficua. Si tratta di attuare le riforme indispensabili per recuperare slancio al lavoro e alle imprese private, riducendo nel contempo le spese e l’azione frenante degli apparati pubblici. In queste condizioni è riduttivo parlare di mero voto amministrativo: per come oggi si articolano i poteri in Italia, bisogna sapere cosa possano e debbano fare le Regioni per impostare una valida prospettiva di crescita, Nessuno, dalla Regione più ricca o più vocata, fino all’ultimo comune, può remare contro. Se si riesce a far comprendere il nesso fra le scelte imminenti e il futuro che ci attende, forse il numero degli astensionisti sarà più basso del previsto. Ci siamo azzardati a dare per scontato un clima politico nuovo e più costruttivo, speriamo che non ci faccia velo la consapevolezza delle necessità.
Oggi si mobilita la piazza di sinistra, fra un settimana toccherà a quella di centrodestra. Dall’intonazione dei raduni capiremo con chiarezza e si può parlare, non con lingua biforcuta, di politica alta, oppure se siamo dannati a un sistema malato in cui le esigenze dei cittadini sono sacrificabili al potere alieno dei politici. Diciamo che le prospettive non sono proprio le migliori. C’è una procura pugliese che fa filtrare, proprio oggi, intercettazioni nelle quali il Cavaliere premerebbe per mettere il bavaglio ad “Annozero”. Si continua, cioè, a parlar d’altro, e Di Pietro continua a dar prova della sua finezza e della sua moderazione invitando a “cacciare a calci” un dirigente delle telecomunicazioni e un giornalista. Come s’usa nelle democrazie ispirate ed energiche, forse troppo.

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