Il coraggio di Napolitano in quella firma

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con coraggiosa fermezza dimostra, ancora una volta, di interpretare al meglio il ruolo di garanzia degli equilibri politico-costituzionali che è tipica di questa istituzione costituzionale. Nel caos dell'attuale fase politica, in cui il nostro "bipolarismo conflittuale" produce costantemente scontri e contrapposizioni irriducibili tra maggioranza e opposizione e all'interno dei poli alternativi, se non fosse stato per la saggezza costituzionale, la cultura politica e l'equilibrio di Giorgio Napolitano, in tante occasioni, la Repubblica sarebbe precipitata nella guerra di tutti contro tutti, nell'anomia costituzionale e, forse, nella crisi di sistema.  All'uomo è toccata la sorte di rivestire una carica difficile, com'è quella del Capo dello Stato in un sistema parlamentare, quando la "Seconda Repubblica" ha reso a tutti palese quanto distante fosse il suo funzionamento dal modellino della "democrazia maggioritaria" in nome della quale le elites politiche, culturali e del mondo dell'informazione avevano legittimato il de profundis della "Prima Repubblica". Proprio un uomo che si era formato politicamente e culturalmente nell'ambito di quei partiti di massa che hanno contraddistinto il novecento, ha potuto utilizzare, nell'interpretare il ruolo di crocevia istituzionale che è proprio della carica, quelle doti di moderazione, di equilibrio, di senso dello Stato inteso come garanzia del complessivo assetto politico-costituzionale, di fermezza, di attenzione alle opposte ragioni, di riserbo, che sono diventate merce rarissima in questa "Seconda Repubblica", in cui prevalgono le faziosità esasperate, le violenze verbali e la ricerca dello scontro a tutti i costi. Anche con riguardo all'uso dei decreti legge da parte del Governo, il Capo dello Stato ha sempre usato queste doti e, tenendo ferma la barra del timone in un mare politico sempre più tempestoso, è rimasto fedele al suo compito di garante dei complessivi equilibri politico-costituzionali. Così, esemplificando, ha saputo dire di no, con fermezza, a Berlusconi quando quest'ultimo voleva utilizzare un decreto legge per regolare il legittimo impedimento del Presidente del Consiglio nel processo penale. Ed ancora recentemente, in occasione della conversione in legge del cosiddetto "decreto mille proroghe", ha evitato che quest'ultimo si trasformasse in una legge omnibus, carica dei contenuti più disparati ed eterogenei, del tutto estranei all'oggetto originario di proroga di alcuni termini legislativi. Infatti, innovando rispetto alla prassi precedente che voleva che il Capo dello Stato esercitasse il controllo solo dopo l'approvazione della legge, è intervenuto in via preventiva. Avvertendo le più alte cariche dello Stato che se il testo della legge di conversione fosse stato caricato degli emendamenti più eterogenei, non avrebbe esitato a rinviare la legge alle Camere.Da ultimo, emanando il decreto interpretativo salva-elezioni, il Presidente Napolitano ha continuato a svolgere il suo ruolo di garante dei complessivi equilibri politico-costituzionali. Se non si fosse consentito alla principale forza politica del Paese di concorrere alle elezioni regionali in Lombardia e nel Lazio e si fosse sacrificato il diritto di partecipazione politica di tutti quei cittadini che a tale forza fanno riferimento, con molta probabilità il nostro assetto istituzionale sarebbe stato investito da un'ondata di delegittimazione così forte da metterlo seriamente a rischio. Qui il Capo dello Stato - come ha puntualizzato nella lettera pubblicata ieri sul Corriere della Sera - ha dovuto effettuare un bilanciamento tra il valore del pedissequo rispetto delle forme legali e quello, certamente di non minore rilievo costituzionale, di assicurare effettivamente la partecipazione politica di tutti quei cittadini che continuano a riconoscersi nel Pdl. Di contro, elezioni con un unico vero candidato, senza la partecipazione di quel "polo" che è stato tra i fondatori ed i protagonisti della "Seconda Repubblica", avrebbero scosso alle radici la legittimità di quest'ultima aprendo scenari ancora più tempestosi ed inquieti. Scelta coraggiosa, quella del Presidente Napolitano, ma sicuramente diretta al "bene" della nostra Repubblica e non a favore di questa o di quella parte politica.  In questo contesto, attaccare, come ha fatto Di Pietro, il Capo dello Stato appare pericoloso e irresponsabile, perché mette in discussione l'autorevolezza di quella che è rimasta l'unica isola di ragionevolezza e di equilibrio costituzionale nel caos della politica italiana. Per fortuna, nessun'altra forza politica l'ha seguito su questa strada, mantenendo ferma quella preziosissima convenzione costituzionale che impedisce di risucchiare il Presidente della Repubblica nella lotta e nella polemica partigiana.

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