Tra magistrati e governo una guerra da non continuare

L’Associazione nazionale magistrati continua a sostenere che, oggi, tutti i suoi iscritti lasceranno le aule quando il rappresentante del governo prenderà la parola nelle 26 sedi per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, dopo avere letto un durissimo comunicato che denuncia il varo di «norme che rischiano di distruggere la giustizia italiana» e chiama in causa lo stesso presidente del Consiglio. Ma, dopo gli interventi di ieri del Presidente della Corte di Cassazione, Carbone, e del suo Procuratore generale Esposito, è legittimo sperare che un certo numero di toghe di orientamento moderato abbia un ripensamento e rimanga al suo posto. Entrambi i discorsi, infatti, non contengono atti di accusa contro l'esecutivo sulla falsariga delle posizioni dell'Anm, ma rappresentano piuttosto un tentativo di ricomporre il conflitto in atto, una proposta di collaborazione per accelerare i tempi della giustizia e perfino una specie di mea culpa collettivo, sorprendente per la sua sincerità ed ampiezza.
I due alti magistrati hanno sostenuto che non sono più tollerabili i conflitti tra politica e magistratura e che bisogna «fermare la spirale delle tensioni»; hanno ammesso che l'Italia è al 150° posto in classifica per i tempi della Giustizia, dietro l'Angola e il Gabon e che occorrono quasi anni per recuperare un credito, con costi pari al 30% della somma in questione; hanno riconosciuto che in tre anni le richieste di equa riparazione per la lentezza dei procedimenti sono aumentate dell’84% arrivando a quota 6816; hanno parlato di «ineffettività del sistema punitivo»; hanno accusato alcuni colleghi di andare troppo in televisione e altri di «impegnare le loro energie a contrastarsi reciprocamente più che a contrastare la criminalità»; hanno riconosciuto che, nonostante la scarsità di risorse, un terzo delle spese sostenute dalla magistratura nel perseguimento dei suoi obbiettivi sono inutili e potrebbero essere evitate. Ma c'è di più: Esposito ha perfino fatto una apertura al governo sul «processo breve», a patto che alla magistratura siano assegnate contemporaneamente le risorse umane e finanziarie necessarie a sveltire le procedure e smaltire un contenzioso che è tra i più alti del Paesi occidentali. La situazione, si è peraltro affrettato ad aggiungere, riecheggiando almeno su questo punto le accuse dell'Anm, è ulteriormente peggiorata con l'entrata in vigore del cosiddetto «pacchetto sicurezza», che specie in Sicilia, Calabria e Puglia ha prodotto un forte aumento del lavoro senza che siano state messe a disposizione forze adeguare.
Insomma, pur ribadendo le rivendicazioni della categoria, Carbone ed Esposito hanno porto al governo una specie di ramoscello d'ulivo, cui il Guardasigilli Alfano ha ritenuto di rispondere con un discorso altrettanto moderato e, a suo modo, politicamente corretto. Tuttavia, non ha potuto esimersi dal ricordare che a fare le leggi è il Parlamento, e il compito dei magistrati è soltanto di applicarle: basta, cioè, con le costanti critiche preventive da parte del Csm e i conseguenti tentativi di bloccare il processo legislativo prima che arrivi a compimento.
Vedremo oggi, dal clima che si instaurerà nelle 26 aule giudiziarie, se questo inizio di ravvicinamento avrà un seguito e se la possibilità di fare davvero riforme condivise per accelerare i procedimenti e fare uscire l'Italia dalla imbarazzante situazione in cui si trova oggi avrà un seguito. Un buon discorso purtroppo non basta a svelenire l'atmosfera, ed è facile che le teste calde - su entrambi i fronti - tornino a farsi sentire. Ma intanto prendiamo atto che almeno i vertici della magistratura non hanno intenzione di continuare una guerra che, alla fine, danneggia soprattutto i cittadini.
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