Se qualcuno negli Usa rischia di perdere la testa

Era inevitabile, era previsto. Probabilmente anche da coloro che tirano le fila delle organizzazioni del terrore: qualcuno in America rischia di perdere la testa e questo è in realtà l'obiettivo strategico di Bin Laden e dei suoi accoliti. Un'America in stato di choc e dunque non in grado di difendersi né di contrattaccare nel modo e nei tempi più efficaci. È l'unico modo in cui una organizzazione spettrale e lunatica come Al Qaida può davvero infliggere gravi ferite alla Superpotenza e, di riflesso, a tutto quell'Occidente che i fautori della Jihad odiano e i cui alleati in Medio Oriente intendono soprattutto distruggere. Basta guardare le conseguenze: aeroporti e comunicazioni sconvolti nei cinque continenti, falsi allarmi sempre più numerosi, come quello che per oltre un'ora ha paralizzato Times Square, il cuore di New York. Efficacia criminosa incomparabilmente maggiore dei danni che il ragazzino pazzo venuto dalla Nigeria ha effettivamente provocato nel cielo di Detroit. Ogni scossa, ogni cenno di panico, ogni fiorire dell'isterismo è un "centro" dei cecchini di Bin Laden, in un'America ben lungi dall'essere uscita dalla recessione, il cui governo sente la necessità di dedicare ogni minuto dei suoi sforzi a raddrizzare l'economia, prendere di petto il dramma disoccupazione. Quello che i jihadisti fanno, in realtà, è l'equivalente dello sparare sulle ambulanze dopo un bombardamento o sulle autocisterne dei pompieri durante un incendio.
Che ciò accada è, intendiamoci, comprensibile. Mantenere i nervi saldi e l'occhio fisso sull'obiettivo è sommamente auspicabile ma possibile solo in un mondo e in una società perfetti. Ma almeno si potrebbe risparmiare l'ondata di pessimismo che incombe e che si compone in misura quasi eguale di scoramento e di rabbia. La sua manifestazione più evidente è il martellamento degli attacchi alle istituzioni. Comprensibile, in una certa misura inevitabile. Qualcosa è andato storto alla Cia e in altri organi preposti alla sicurezza. Ma ciò non significa che sia "tutto da rifare". La Cia si è impegnata in prima persona e in modo senza precedenti al punto che otto dei suoi agenti sono stati uccisi tutti assieme in Afghanistan. Stavano probabilmente dirigendo gli attacchi degli aerei senza pilota che eliminano gli esponenti meglio identificati della rete del terrore. Le forze armate americane non solo impegnate soltanto in Afghanistan e in Irak ma anche nello Yemen, era già stato identificato come la nuova centrale di Al Qaida. Il generale Petraeus si è recato di persona a Sana'a, ma era stato preceduto da responsabili ad alto livello per coordinare gli sforzi con il debolissimo governo yemenita e con i militari sauditi già impegnati su questo fronte. Stesso discorso per la Somalia, dove le autorità centrali non sono deboli ma inesistenti e sono state sostituite su gran parte del territorio da uno pseudo Stato integralista i cui legami con le centrali della Jihad si vanno rivelando anche più stretti di quelli fra Al Qaida e i talebani. Si diffonde l'impressione che le branchie della strategia del terrore agiscano in sincronia maggiore che in passato in una specie di offensiva generale resa possibile dalla capacità degli estremisti di trasferirsi rapidamente da un'area all'altra, anche a migliaia di chilometri di distanza. Il paragone è improprio ma non può non venire in mente: potremmo stare assistendo a un bis mediorientale e su più larga scala geografica della "offensiva del Tet" che agli inizi del 1968 diede la spallata all'America in Vietnam. Sul piano militare, ricordiamolo, quel tentativo fallì, ma psicologicamente riuscì: disorientò e divise l'America in polemiche di cui si sta ripetendo la acredine. Il pericolo c'è. Alcuni alleati vacillano, anche perché le tattiche del controterrorismo, specie condotto dall'aria, non possono non coinvolgere dei civili e dunque suscitare comprensibili rancori laddove ciò accade. È anche per questo che Obama, mentre si sforza di colpire duro, si attiene a un linguaggio controllato e "moderato" all'estero e dunque inevitabilmente anche in America. Egli porge così il fianco alle critiche e alle filippiche. Ma non è il male maggiore: lo sarebbe se alla Casa Bianca qualcuno perdesse la testa trascinato dalla rabbia, dallo sdegno e dalla frustrazione.

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