Mercoledì, 12 Maggio 2021
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"AmarAmmore", dopo 6 anni di silenzio torna Neffa e canta in napoletano

«Chi mi vede come rapper non vede tutto il quadro» ed è un quadro dagli infiniti colori quello che ha sempre proposto Neffa, tornato da una settimana fuori, dopo sei anni di silenzio, con «AmarAmmore», disco cantato interamente in napoletano.

«Quando questo processo è arrivato - racconta all’Agi - io non ho pensato a niente, in due mesi ho scritto 30 canzoni, non ho mai potuto scegliere così tanto, 29 in napoletano, una in italiano, che si chiama 'Un posto al sole', come la fiction su Napoli. Ero pervaso - prosegue - credo sia stata una cosa freudiana, affondi nelle tue radici, affondi nella tua infanzia, quello che hai mangiato da piccolo, i discorsi, i posti, la lingua diversa, quando io arrivavo tutto precisino parlando in italiano e giù mi chiamavano 'bolognese', poi arrivavo a Bologna e mi chiamavano 'marocchino'».

Vero nome Giovanni Pellino, nato a Scafati, nemmeno 50mila abitanti in provincia di Salerno, il nome d’arte lo sceglie ispirato da un giocatore paraguaiano della Cremonese dei primi anni novanta, Gustavo Neffa; il successo arriva nel 1996 con il disco «Neffa & i messaggeri della dopa», all’interno intramontabile «Aspettando il sole», e su quel periodo racconta: «Io mi sono sempre definito un pensatore di musica, poi per motivi generazionali ho avuto la fortuna di essere uno di quelli che dalla scena hardcore è diventato un pioniere del rap in Italia, ma io mi sentivo un pò più musicista e non ho mai sentito di esprimere tutta la mia musicalità nel rap, ad un certo punto mi son servite delle note».

Poi una serie di hit particolarmente azzeccate, «La mia signorina», «Prima di andare via», «Lady», «Il mondo nuovo», «Molto calmo», «Io penso che per fortuna la mia è una piccola storia bella - dice - e come nelle piccole storie belle il rapporto con le hit è sempre in evoluzione, ma io più passa il tempo e più divento accondiscendente, nel senso che le amo sempre di più. Ovviamente quando sento i primi dischi di rap, i primi dischi di canzoni, penso 'Cavolo, ma non sapevo fare niente!' oppure 'Ma adesso non ho tutta questa energia, questa voce, questa spinta!', quindi è un rapporto in continua evoluzione. Ma io la mia piccola storia la amo».

Una storia che oggi prosegue con un disco in lingua napoletana, una piccola perla venuta fuori in maniera del tutto spontanea:

«Non sono uno di quelli che dice che l’ultimo figlio nato è il più bello, mai; ma dopo questo disco qua, il secondo arriva terzo, perchè una cosa così non mi era mai successa nemmeno quando avevo la capacità di emettere onde di un’anima giovane».

L’età è un discorso centrale parlando di Neffa, non solo perchè il pubblico continua ad assistere ad un viaggio appassionante attraverso i «Molteplici mondi di Giovanni», giusto per citare un suo disco, ma anche perchè oggi Neffa propone un disco che si avvicina moltissimo ai lavori messi sul mercato da giovanissimi del rap partenopeo, dove il rap prende connotati dell’alto cantautorato, non disdegnando la drammaticità del neomelodico e perfino dell’autotune, diventato ormai il simbolo di una generazione di trapper;

«Qualcuno potrebbe dire: 'Guarda, quello è vecchio e usa l’autotune «eh no - potrei rispondere - io con l’autotune ho smesso prima che iniziasse tuo papa«».

Curiosa infatti la storia riguardante Johnny Favourite: «Nessuno sa - racconta - che Io, dal 2009 al 2012, ho avuto un alter ego che si chiama Johnny Favourite, il nome è preso da un film culto per la mia generazione che si chiama 'Ascensore per l’inferno', storia di un cantante che aveva cercato di ingannare il diavolo. A 40 anni - prosegue - mi sono ritrovato a parlare con un manager a Londra per uscire là, una cosa diventata talmente grande che quando Geri Halliwell delle Spice Girls stava preparando il suo grande ritorno con un grande contratto con MTV, hanno provinato la mia canzone, che nessuno conoscee tutto questo con l’autotune».

Sul rap di oggi le idee sono piuttosto chiare: «Quando cominci a dirmi 'C'ho quattro orologi d’oro e sette zo..è, io posso amare la metrica, posso capire la valenza sociale, non ti condanno, ma a me non fa questo testo. Quando io sento questi rapper che cantano 'Mi prendo la Lamborghinì, io risponderei 'E che ci fai? Ci vai al centro commerciale?', non capisco, ma se capisco o non capisco non importa, ma non mi identifico».

Fatto sta che Neffa riesce a nobilitare un’arte resa da piani alti delle classifiche da ragazzi solitamente molto molto giovani:

«C'è un deficiente dentro di me - racconta ridendo - che è molto più giovane di me, che continua a dire: 'Io faccio le canzoni!'. Ed io alla fine un po' mi butto. Allo stesso modo, quando mi guardo allo specchio e vedo la faccia segnata, la barba bianca, i capelli che tendono al bianco, una parte crudele di me mi dice: 'Ma che fai? Ma scrivi le canzoni della tua età!', quando finalmente riesco a scollarmi sto deficiente dalle spalle, e sono veramente libero, io scrivo la musica, non mi importa».

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