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Quando Bob Dylan voleva smettere di suonare...i 50 anni di "Highway 61 Revisited"

Dylan entrò in studio con la sua band nel giugno 1965: in luglio fece il suo contestatissimo (di nuovo!) concerto «elettrico» al festival di Newport. In agosto uscì l'album che ha cambiato la storia della musica

ROMA. Cinquanta anni fa, prima di registrare «Highway 61 Revisited» uno degli album più importanti della storia, Bob Dylan aveva quasi voglia di smettere di suonare. Era appena tornato dalla tournèe in Inghilterra e aveva faticato molto a digerire le critiche dei fan alla sua svolta elettrica.

Poi, come lui stesso ha raccontato, ha scritto «venti pagine di vomito» da cui però ha tratto il testo di «Like a Rolling Stone», un capolavoro assoluto che per la rivista «Rolling Stone»(e per molti colleghi di Dylan) è la più grande canzone rock di sempre, e gli tornò la voglia di fare musica.  Dylan entrò in studio con la sua band nel giugno 1965: in luglio fece il suo contestatissimo (di nuovo!) concerto «elettrico» al festival di Newport. In agosto uscì l'album che ha cambiato la storia della musica.

Già il titolo (per il quale dovette lottare con gli executive della casa discografica) è carico di significati: la Higway 61 è l'autostrada che unisce Duluth, la città natale di Robert Zimmerman, e il Minnesota a New Orleans, passando per Memphis,  fino al Delta del Mississippi. Sono le terre del Blues, il grande Sud dove dall'unione del Country, l'Hillbilly e il Blues, è nato il rock'n'roll. L'album è stato registrato a New York in due blocchi di sessions che hanno avuto luogo il 15 e il 16 giugno e dal 29 luglio al quattro agosto.

«Like a Rolling Stone» è stata registrata il 16 giugno: alla band, in cui spiccava alla chitarra solista Mike Bloomfield, si aggiunse per l'occasione un giovanissimo Al Kooper che inventò per l'occasione il riff di organo che, insieme al colpo di rullante che apre il pezzo, ha contribuito a fare del brano una classico che, tra l'altro, conquistò le classifiche appena uscito. Uno straordinario ritratto di un'esistenza alla deriva, così lontano dai temi classici della musica popolare.

«Highway 61 Revisited» contiene nove brani: l'unico acustico è il conclusivo «Desolation Row», oltre 11 minuti di poesia affollata di personaggi e riferimenti (da Casanova ad Einstein, da T.S Elliot a Ezra Pound a Robin Hood) che è un esempio straordinario di un concetto nuovo per l'epoca di concepire il racconto di un testo in un modo non lineare che ha praticamente generato la canzone d'autore delle generazioni future.

Ancora una volta Dylan coglie con la profondità di un veggente lo spirito del tempo, con la sua svolta elettrica e crea un codice per l'unione di musica e significati poetici che ancora oggi è un canone. I riferimenti alla guerra del Vietnam, alla frattura sempre più ampia tra istanze giovanili e il potere, sono evidenti anche se non direttamente espliciti. Come in «Tombstone Blues», dove critici illustri hanno visto nel «re dei filistei che manda i suoi schiavi nella giungla» un riferimento al presidente Lyndon Johnson.

Più di un brano, vedi «It Takes a Lot To Laugh It Takes a Train To Cry» e «From a Buick 6», sono praticamente dei riadattamenti di blues di Brownie McGhee e Leroy Carr e di Sleepy John Estes, trasfigurati con formidabile abilità e frutto anche di arrangiamenti molto diversi tra loro.

In «Ballad of a Thin Man» compare uno dei personaggi più celebri creati da Dylan: Mr. Jones, l'uomo medio, magari anche ben istruito che ha letto tutto Francis scott Fitzgerald, ma destinato a non capire «che qualcosa sta succedendo ma tu non sai cos'è. Vero Mr Jones?». Un altro gioiello di letteratura musicale, destinato a dar voce per generazioni alla voglia di nuovo.

© Riproduzione riservata

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