Mercoledì, 30 Novembre 2022
stampa
Dimensione testo

Viaggi

Home Viaggi Dall'Autoritratto al Seminatore, a Roma arriva van Gogh

Dall'Autoritratto al Seminatore, a Roma arriva van Gogh

ROMA - Il mondo tanto amato da conquistare sulla tela, anche se da quel mondo è irrimediabilmente rifiutato. L'attenzione appassionata alla terra e a quell'umiltà sacra che nobilita la fatica dell'uomo. L'occhio sulle periferie parigine, un universo così attraente da rapirne la fantasia. E, sempre costante, una sofferenza che si trasforma in energia inesauribile, in colori da reinventare e forme continuamente nuove e in quella luce, trovata nella pace rigogliosa del Sud della Francia di fine '800, che ancora oggi scalda l'anima. Dopo un lungo lavoro di preparazione durato 5 anni, si apre finalmente l'8 ottobre a Palazzo Bonaparte di Roma l'attesa mostra su van Gogh, che espone fino al 26 marzo 2023 ben 50 capolavori provenienti dal Museo Kröller-Müller di Otterlo e mette al centro tutta la parabola esistenziale e creativa del pittore più amato di sempre.

Prodotta e organizzata da Arthemisia e curata da Maria Teresa Benedetti e Francesca Villanti, la mostra segue passo passo ogni fase dell'intensa (seppur breve, solo una decina di anni) carriera del genio olandese e offre al pubblico la possibilità di ammirare non solo pezzi universalmente noti, ma anche opere viste raramente. Se il "pezzo forte" della mostra è senza dubbio l'Autoritratto a fondo azzurro con tocchi verdi del 1887 (qui nella sua prima uscita pubblica dopo il restauro fatto a Otterlo, un'opera di una audacia straordinaria, con la quale il pittore vuole lasciare una traccia di sé e della sua inquietudine), non mancano infatti pregevoli disegni e lavori su carta di rado usciti dal museo olandese. Articolata in 5 sezioni, l'esposizione - in cui figurano anche documenti personali dell'artista e un accurato apparato didattico - approfondisce le fasi creative del pittore seguendone gli spostamenti. Dall'Olanda, in cui van Gogh inizia la carriera raccontando la terra e il lavoro dei contadini con colori scuri e un realismo anche molto duro, a Parigi, dove la periferia della città lo irretisce e il confronto con pittori come Signac, Seurat e Gauguin lo spinge a elaborare un nuovo linguaggio, con inediti accostamenti cromatici. Poi l'arrivo ad Arles, dove ispirato dalla luce del Sud van Gogh fonde l'esperienza del chiaroscuro olandese a quella parigina nel colore per creare nuovi effetti, in cui materializza sulla tela la speranza, fino ad arrivare all'ultimo periodo, quello a Saint-Remy-de-Provence e Auvers-sur-Oise, dove torna all'uso di un colore più semplice dipingendo spesso en plein air ma combatte con il definitivo aggravarsi della sua instabilità mentale.

Un'evoluzione stilistica e un percorso umano testimoniati via via dalle opere esposte: dal Seminatore, realizzato ad Arles nel giugno del 1888, nel quale van Gogh devia verso un uso metafisico del colore, al Il giardino dell'ospedale a Saint-Remy del 1889 in cui il cromatismo diventa un intricato tumulto, fino al Vecchio disperato (Alle porte dell'eternità) del 1890, opera drammaticamente efficace, che precede e in un certo senso diviene metafora della morte del pittore, suicida quello stesso anno. Ma la mostra offre anche l'opportunità di conoscere la storia prestigiosa del Museo di Otterlo, frutto della passione per l'arte della sua creatrice, Helene Kröller-Müller, che tra il 1907 e il 1938 mise insieme una raccolta senza eguali in Europa: dal museo, la cui collezione di opere di van Gogh - 91 dipinti e 180 disegni - è la seconda più grande al mondo (la prima è il Museo van Gogh di Amsterdam) arrivano in mostra anche alcuni capolavori assoluti, come Portrait of a young woman di Picasso, In the cafè di August Renoir e Atiti di Paul Gauguin. "Van Gogh da vivo è stato trascurato e non amato, pur amando lui tanto il mondo che lo circondava. Dopo la morte invece c'è stato un tripudio e un destino radioso. La sua storia è tutta qui", ha detto la curatrice Benedetti alla presentazione della mostra. "La sua sofferenza, dovuta anche alla malattia, è stata il nutrimento della sua arte. Di questa energia aveva quasi paura ma gli serviva per raggiungere quel tono alto nel colore. Il pubblico di ogni tempo lo ha amato e lo ama per la sua carica di umanità e per la capacità creativa di rara bellezza e complessità".

© Riproduzione riservata

X
ACCEDI

Accedi con il tuo account Facebook

Login con

Login con Facebook
  • Seguici su
X