Lunedì, 16 Settembre 2019

Raphael Ware a Urbino

(ANSA) - URBINO, 12 SET - Non ci saranno solo un ottantina di opere legate a Raffaello, di cui dieci di sua mano, al Palazzo Ducale di Urbino a partire da ottobre per celebrare nelle Marche i 500 anni della morte dell'artista, ma anche 147 maioliche provenienti dalla più grande collezione privata del mondo in questo settore. Alla mostra "Raffaello e gli amici di Urbino" che si aprirà alla Galleria Nazionale delle Marche il 3 ottobre prossimo, seguirà il 31 dello stesso mese l'inaugurazione dell'esposizione "Raphael Ware (le ceramiche di Raffaello). I colori del Rinascimento a Urbino", con un nucleo di maioliche realizzate sulle incisioni dei suoi allievi.
    "Veri capolavori - spiega Peter Aufreiter, direttore della Galleria Nazionale e delle due iniziative - nati quando alcuni degli aiutanti di bottega di Raffaello sono tornati a Urbino dopo la morte del maestro intorno al 1520 diffondendone i lavori". La mostra è curata da Timothy Wilson, considerato il più grande ceramologo del mondo, cui si deve l'arrivo ad Urbino della preziosa collezione, di proprietà di un uomo d'affari d'origine italiana tanto colto quanto facoltoso, che vuole restare anonimo. Ma accanto a Wilson c'è anche Claudio Paolinelli, già docente di Storia della Ceramica all'Università urbinate. Lo studioso spiega come molti pezzi in esposizione siano preziosi piatti istoriati, frutto della nuova tecnica rinascimentale di dipingere su tutta la maiolica, come fosse una tela, delle vere e proprie 'istorie' in forma di narrazione, con immagini laiche, bibliche o mitologiche, che superano le vecchie decorazioni geometriche e floreali della tradizione precedente, creando un nuovo stile.
    Da questo momento i piatti smettono di essere semplicemente dei begli oggetti su cui mangiare, ma diventano vere e proprie opere d'arte, spesso firmate, da esporre nelle credenze come status symbol di chi le possiede o da regalare ad amici influenti. Tra queste, quelle di Nicola da Urbino, di cui i musei italiani e quelli più importanti del mondo conservano solo rarissime testimonianze, e di cui la mostra offre ben quattro reperti, e le opere di Francesco Xanto Avelli, originario di Rovigo, ma attivo ad Urbino intorno al 1530. A lui è dedicata una bacheca con una dozzina di piatti firmati, alcuni dei quali riportano sul retro citazioni filosofiche e politiche per offrire ai commensali spunti di discussione. Ma ci sono anche le maioliche di Francesco Durantino, che proseguì questa tradizione, fino a quelle delle botteghe urbinati dei Fontana dei Patanazzi, che testimoniano insieme ad altre la ricca produzione delle botteghe del Ducato, di cui l'esposizione 'riporta a casa' per la prima volta alcuni esempi, dopo la dispersione e la vendita nell'800 di gran parte dei suoi capolavori a privati e musei di tutto il mondo. Completano la mostra, aperta fino 13 aprile, maioliche del '400 e '500 di Faenza, Firenze, Castelli d'Abruzzo, Venezia, Gubbio e Deruta, eseguite queste ultime mettendo nei colori sali metallici per renderle iridescenti e lucide. Tecnica introdotta da Mastro Giorgio Andreoli da Gubbio un altro grande 'artigiano'del Ducato di Urbino che comprendeva allora anche Gubbio.(ANSA).
   

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