Martedì, 07 Dicembre 2021
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I Nobel per la Medicina che hanno svelato i segreti del dolore

Permettono di percepire il caldo e il freddo, ma sono anche la base per capire il dolore, i meccanismi antichissimi la cui scoperta è stata premiata con il Nobel per la Medicina 2021. A individuarli sono stati l'americano David Julius, 66 anni, che insegna nell'università della Columbia University di New York e il libanese Ardem Patapoutian, 54 anni, che lavora negli Stati Uniti nell'istituto californiano Scripps a La Jolla.

Se la telefonata della Fondazione Nobel che poco prima dell'annuncio avverte i vincitori è sempre una sorpresa, per Patapoutian lo è stata doppiamente. "Avevo impostato la modalità 'non disturbare' sul mio telefono e per questo non ho ricevuto le sue telefonate", ha detto in seguito parlando con un rappresentante della Fondazione. "Poi - ha aggiunto - in qualche modo ho trovato la chiamata di mio padre, che ha 92 anni e vive a Los Angeles. E così ho saputo del premio da lui".

Le loro sono state scoperte apripista, destinate ad avere ricadute nei prossimi anni. Tutto è cominciato alla fine degli anni '90, dalle ricerche su un composto presente nel peperoncino, la capsaicina responsabile della sensazione di bruciore. Con i suoi collaboratori mise quindi a punto una banca dati con milioni di geni espressi dai neuroni sensoriali che reagiscono al dolore, al calore e al tatto ed è stata questa la base della ricerca lunga e complessa che ha permesso di scoprire il gene TRPV1. Patapoutian è stato invece premiato per la scoperta dei geni Piezo1 e Piezo2, legati alla percezione della pressione e che hanno aperto la via alla ricerca sui meccanismi alla base del dolore. "Capire le basi molecolari del dolore è fondamentale perché è alla base del nostro rapporto con l'ambiente: è un meccanismo evolutivo importante perché è sulla base di questa percezione che si decide se fuggire o meno davanti a un pericolo", ha osservato il genetista Giuseppe Novelli, dell'Università di Roma Tor Vergata.

Quasi tutti i geni scoperti da Julius e Patapoutian sono dei canali ionici, ossia proteine che si comportano come vere e proprie vie di comunicazione delle cellule che, attraversando la membrana che avvolge la cellula permette il passaggio di ioni dall'esterno all'interno e viceversa.

Le ricerche premiate con il Nobel hanno anche fornito e continuano a fornire materiale per studiare il problema del dolore cronico, del quale si stima che nel mondo colpisca un miliardo e mezzo di persone. Per esempio uno dei geni scoperti da Patapoutian, chiamato Piezo1, ha mutazioni legate a malattie importanti, come distrofia muscolare e forme di anemia, come la stomatocitosi che porta i globuli rossi a disidratarsi e dà resistenza alla malaria".

Con Patapoutian dall'Italia 'a caccia di future terapie'
"Il nostro prossimo obiettivo è capire meglio il meccanismo di attivazione del carico di ferro per poter individuare nuovi bersagli terapeutici": a parlare è la genetista Immacolata Andolfo, 38 anni, che lavora nel gruppo di Achille Iolascon, docente di Genetica medica del dipartimento di Medicina Molecolare e Biotecnologie mediche dell'Università Federico II, principal investigator del Ceinge e presidente della Società italiana di genetica umana (Sigu). Il 'noi' è riferito alla sua collaborazione con Ardem Patapoutian, nell'istituto californiano Scripps, premiato oggi co il Nobel per la Medicina con David Julius. "Avremmo dovuto andare nel laboratorio di Patapoutian a fine 2020, speriamo di poter andare l'anno prossimo", ha detto all'ANSA.

La storia che ha portato alla collaborazione era cominciata molto tempo prima, racconta Iolascon: "in collaborazione con un gruppo di ricerca britannico avevo individuato una nuova malattia, una forma di anemia chiamata stomacitosi. Ci ho messo 15 anni a trovare il gene e quando l'ho identificato ho visto che era Piezo1", lo stesso che contemporaneamente aveva scoperto Patapoutian nella sua caccia alle molecole importanti per le sensazioni di caldo, freddo e dolore.

E' stato allora che è entrata in gioco Immacolata Andolfo. Era il 2017 e da allora la giovane ricercatrice e il vincitore del Nobel hanno hanno sempre collaborato a distanza, per email o con collegamenti in video su Skype, anche per colpa della pandemia di Covid-19. "E' sempre stato molto cordiale, come tutti i ricercatori americani è molto alla mano, collaborativo e pratico: siamo entrati subito nel vivo e abbiamo cominciato a programmare esperimenti sul gene Piezo1". Il primo risultato è stato, nel dicembre 2020, l'articolo scientifico firmato con Patapoutian sulle mutazioni del gene Piezo1 come fattori di rischio del sovraccarico di ferro.

Tutto era cominciato con le ricerche sulla stomatocitosi inaugurate da Iolascon: il meccanismo alla base di quella malattia aveva rivelato il ruolo del gene Piezo1 e adesso è chiaro, osserva Andolfo, che il gene Piezo1 è uno dei meccanismi coinvolti nella regolazione del ferro, non noti fino al febbraio 2021 non noti. "Adesso - ha concluso la ricercatrice - è possibile aprire la strada ad altre ricerche, a caccia dei meccanismi responsabili di altre forme di anemia, come quella falciforme, e della cirrosi epatica, e poi cercare farmaci in grado di inibirli o di promuoverli".

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