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Vaccini: Giorlandino, non servono in chi già ha avuto Covid

"Le evidenze finora disponibili mostrano che bisognerebbe evitare di vaccinare contro il Covid-19 milioni di italiani che sono già immuni poiché hanno superato l'infezione". Questa scelta sarebbe importante soprattutto nel momento in cui "le dosi scarseggiano per chi ne ha urgente bisogno". A spiegarlo è Claudio Giorlandino, direttore scientifico dell'Istituto Clinico Diagnostico di Ricerca Altamedica, che ha guidato una revisione di circa 50 studi sull'immunità indotta dall'infezione da Sars-Cov-2, in pubblicazione sulla rivista Virus Disease.

"Ad oggi, se paragonati all'enorme numero di contagiati - spiega Giorlandino - sono stati segnalati in tutto il mondo così pochi casi di reinfezione da Covid-19, da poter ritenere che tali segnalazioni siano 'aneddotiche' e concentrate negli operatori sanitari che sono riesposti al virus molto intensamente. Inoltre, Il Sars Cov-2 è un virus a Rna ed "è noto che, per alcuni virus di questo tipo, come quello del morbillo e della polio la prima infezione può fornire un'immunità permanente". Nei soggetti infettati sono stati caratterizzati, infatti, i linfociti T di memoria specifici per Sars-CoV-2 programmati per rispondere al successivo incontro con il virus. "Anche se dai test sierologici questi possono sembrare in alcuni guariti molto bassi, i livelli si rialzano subito appena rincontrano il virus", sottolinea Giorlandino.

Inoltre chi ha avuto il Covid sembra avere una protezione maggiore dalle varianti rispetto a chi ha ricevuto il vaccino. Questo, precisa, è dovuto al fatto che "mentre la maggioranza dei vaccini è diretta solo contro la proteina Spike che è soggetta a mutazioni, le persone infettate presentano una spiccata attività panimmunoglobulinica orientata anche contro il capside, la parte del virus che rimane più stabile". Le evidenze quindi, conclude, "indicano di non vaccinare chi ha già avuto il Covid-19. Farlo sarebbe dannoso oltre che inutile, perché si tolgono risorse a chi ne ha urgente bisogno. Bisognerebbe evitare scelte dettate da una 'medicina difensiva' e focalizzarsi su dati epidemiologici e statistici riportati da studi scientifici".

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