Venerdì, 13 Dicembre 2019
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Dalla ricerca nuove 'sveglie' per le staminali del sangue

Salute e Benessere
Cellule staminali del cervello (fonte: Laboratorio di Sviluppo Corticale/SISSA)
© ANSA

La ricerca sta caricando nuove 'sveglie' molecolari pronte a destare le cellule staminali del sangue che poltriscono nel midollo osseo, in modo da aumentare il numero di pazienti che potranno essere sottoposti all'autotrapianto per il trattamento di linfomi e mielomi. Lo raccontano gli esperti riuniti a convegno da Sanofi Genzyme (divisione specialty care di Sanofi) per fare il punto sul presente e il futuro di questa procedura salva-vita che viene fatta usando le cellule prelevate dallo stesso paziente.
    "Quasi il 10-15% delle persone candidate all'autotrapianto non riesce a mobilizzare un numero sufficiente di staminali per la procedura: bisognerebbe avere almeno 20 cellule per millimetro cubo di sangue, in modo che processando tutto il sangue corporeo due o tre volte si arrivi a raccogliere fino a 2 milioni di cellule per ogni chilo di peso corporeo da reinfondere nel paziente", spiega Francesco Lanza, direttore del Dipartimento di Ematologia all'Ospedale di Ravenna.
    La svolta è arrivata dieci anni fa con il trillo della prima 'sveglia' per le staminali del sangue: si tratta del farmaco plerixafor, che agisce staccando le staminali dal midollo osseo per facilitarne la migrazione nel sangue periferico. "E' stata una vera e propria rivoluzione, che ci ha permesso di portare al trapianto quasi l'8% in più di pazienti con mieloma e il 15% in più di quelli con linfoma", sottolinea l'esperto. "In questi ultimi anni abbiamo imparato a utilizzare plerixafor in modo sempre più efficiente nel processo di mobilizzazione delle staminali, anche nei pazienti ambulatoriali, migliorando la loro qualità di vita e riducendo i costi legati all'ospedalizzazione".
    Plerixafor ha fatto dunque da apripista e ora, conclude Lanza, "ci sono nuovi farmaci allo studio: si tratta di molecole simili, per lo più peptidi, quindi piccole proteine, che stanno affrontando ancora gli studi clinici di fase due e tre".
   

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