Martedì, 27 Ottobre 2020
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INFANZIA

Taglio del cordone ombelicale, se ritardato previene l'anemia nei neonati

ROMA. Un ritardo di tre minuti o più nel taglio del cordone ombelicale dopo il parto riduce il rischio di anemia nei neonati.

A fornire una nuova prova dell'utilità, per la salute del bimbo, di ricevere un pò più a lungo le ultime pulsazioni di sangue placentare è uno studio clinico pubblicato online su JAMA Pediatrics.

Anemia e carenza di ferro, nella primissima infanzia, possono presentare un'alterazione del neurosviluppo che colpisce abilità cognitive, motorie e comportamentali.

Cibi fortificati e integratori di ferro sono l'attuale trattamento, ma alcuni studi hanno mostrato che un bloccaggio in ritardo del cordone potrebbe essere un'alternativa a basso costo che può ridurre il rischio di carenza di ferro.

Il sangue trasfuso fetoplacentare dopo il parto, infatti, aumenta i depositi di ferro nella prima infanzia.

Fino a qualche tempo fa il taglio avveniva dopo pochi secondi dalla nascita. Ma già negli ultimi anni l'indicazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità suggerire di aspettare da 1 a 3 minuti.

I ricercatori dell'Università di Uppsala, in Svezia, guidati da Ola Andersson, hanno esaminato l'impatto di una recisione del cordone tardiva in Nepal, un paese a basso reddito con una elevata prevalenza di anemia.

I 540 neonati inclusi nella sperimentazione clinica sono stati divisi in due gruppi: uno a cui il taglio, o in termini medici 'clampaggiò, è avvenuto intorno al primo minuto dopo la nascita o meno, e uno a cui è stato fatto 3 o più minuti dopo.

Dai risultati è emerso che a 8 mesi di età, nel gruppo di taglio ritardato il livello medio di emoglobina era maggiore e la prevalenza di anemia inferiore.

Differenze che permanevano ancora all'età di 12 mesi.

Lo studio, concludono i ricercatori, dimostra che il ritardo di 180 secondi è un intervento efficace per ridurre l'anemia in una popolazione ad alto rischio «con un costo minimo e senza effetti collaterali. Se l'intervento fosse attuato su scala globale, potrebbe tradursi in 5 milioni in meno di bambini con anemia a 8 mesi di età, con particolare importanza per la sanità pubblica in paesi dove la prevalenza di anemia è più alta».

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