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CLIMA

La Via: con l'accordo di Parigi, 196 Paesi sono obbligati a salvare la Terra

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PALERMO. «Solo per fare un esempio. Il famoso protocollo di Kyoto, nel 2007, fu siglato dai Paesi che producono il 10 per cento delle emissioni planetarie di anidride carbonica. A Parigi, quella quota è salita fino al 93 per cento!». Giovanni La Via, presidente della commissione Ambiente del Parlamento europeo e capodelegazione alla conferenza mondiale sui cambiamenti climatici che s'è appena conclusa nella capitale francese, non ha dubbi: «Siamo giunti a una svolta di portata epocale - afferma l'eurodeputato siciliano - E non è un caso che questo accordo difficile e ambizioso sia stato trovato nel nostro continente, da sempre leader in questo settore».

La presentazione del documento finale del "Cop21" è stato un parto travagliato?
«Ho avuto l'onore di guidare la delegazione del Parlamento e di presiedere le riunioni bilaterali con gli altri parlamenti mondiali. E da questi incontri è emerso chiaramente che, come in tutti i negoziati, e a maggior ragione in un tema così delicato e complesso come quello del cambiamento climatico, ci sono diversi punti e diversi interessi da bilanciare prima di approdare ad un testo finale. Il tema più importante riguardava sicuramente l'aspetto legale del documento, e cioè la sua vincolatività e obbligatorietà. È strutturato in due parti, l'accordo vero e proprio e la decisione che lo accompagna. I punti vincolanti sono quelli contenuti nell'accordo, come ad esempio l'obiettivo dei 2 gradi centigradi e l'impegno di muoversi verso il grado e mezzo entro la fine del secolo, altri invece sono su base volontaria. Quindi alcune delegazioni nazionali hanno chiesto delle modifiche. Tra di essi, lo sforzo dei Paesi in via di sviluppo in materia di finanziamento e la revisione dei piani nazionali. Ma il testo finale è sicuramente il miglior testo possibile, perché ambizioso ed equilibrato. Soddisfa tutti gli interessi delle parti, pur avendo un aspetto dinamico e vincolante».

In una nostra intervista, Sandro Fuzzi dell’Isac-Cnr ha detto che il sistema dei controlli lascia perplessi per la sua vaghezza. D'accordo?
«In realtà un accordo che vede coinvolti 196 paesi, praticamente tutto il mondo, non può scendere in grandi dettagli, ma deve fissare un percorso obbligatorio. Questo è stato fatto. Si terrà la temperatura del mondo ben al di sotto dell’aumento di 2 gradi, con una tendenza verso "quota 1.5" entro la fine del secolo. Stando ai piani nazionali di impegno, presentati prima di Parigi da 185 Paesi, arriviamo a 2.7 gradi centigradi. Ovviamente, non va bene. È per questo motivo che la chiave di questo accordo è rappresentata dalla sua revisione temporale».

Cioè?
«Ogni cinque anni, sostanzialmente, ciascun Paese dovrà rivedere il proprio piano di impegni, dopo una verifica a livello globale di quanto fatto negli anni precedenti, che consentirà di elevare nel corso del tempo l'ambizione delle politiche, per giungere all'obiettivo finale di riduzione della temperatura, ed evitare le disastrose conseguenze che deriverebbero in mancanza».

Altri numeri?
«Importante menzionare i 100 miliardi di dollari promessi dai Paesi industrializzati, ogni anno fino al 2020, per aiutare quelli non sviluppati nel loro percorso di sviluppo sostenibile, con un obbligo di rivedere nuovi obiettivi entro il 2025».

È stato fatto parecchio, ma non tutto. Pur di arrivare a un testo condiviso, a quali proposte avete dovuto rinunciare?
«Purtroppo abbiamo dovuto rinunciare a qualcuna delle nostre priorità. Tra queste, dispiace non vedere inclusi tra i settori da regolare quello dell'aviazione e quello della navigazione. Essi, infatti, rappresenteranno insieme circa il 40 per cento delle emissioni mondiali, e l'Unione europea aveva chiesto il loro inserimento. Trattandosi di sistemi di trasporto, molte delegazioni hanno obiettato che sarebbe stato complicato individuare le quote dei vari Paesi».

Adesso, cosa può e deve fare la UE per dare concreta attuazione alle misure decise nella capitale francese?  
«Intanto, cominceremo a monitorare e controllare che tutti gli Stati proseguano con l'implementazione dei piani nazionali presentati fino ad oggi, e che si impegnino concretamente a rivederli al rialzo entro il 2023. In secondo luogo, per quanto riguarda l'Unione Europea, implementeremo i target ambiziosi che ci siamo dati ben prima di Parigi, e cioè il 40 per cento di riduzione delle emissioni di CO2 rispetto ai dati del 1990 entro il 2030. E sempre al 2030 l'obiettivo di raggiungere il 30 per cento di efficienza energetica e il 30 per cento di energie rinnovabili».

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