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Ovaio asportato a 13 anni e reimpiantato a 23: ora è mamma

BRUXELLES. È possibile diventare mamma anche se si hanno malattie terribili, per cui bisogna sottoporsi a terapie molto pesanti, anche se queste si sviluppano quando si è molto giovani. Lo hanno dimostrato i medici dell'Erasme Hospital di Bruxelles, che per la prima volta al mondo sono riusciti a ottenere una gravidanza da una donna di cui era stato congelato un ovaio a 13 anni, prima ancora che avesse completato lo sviluppo.

Il caso, descritto sulla rivista Human Reproduction, riguarda una donna proveniente dalla Repubblica del Congo, a cui era stata diagnosticata una anemia falciforme, una malattia che richiede per la cura un trapianto di midollo, preceduto però da un ciclo di chemioterapia che 'disabilita' il sistema immunitario per limitare il rischio di rigetto. Prima della procedura la bimba, che allora aveva appunto 13 anni e 11 mesi, ha subito l'asportazione dell'ovaio destro che è stato congelato, mentre l'altro si è danneggiato irreparabilmente durante la chemioterapia.

Dieci anni dopo i medici hanno reimpiantato una parte del tessuto congelato, ottenendo il ritorno delle mestruazioni in cinque mesi e la gravidanza, portata a termine ora che la donna ha 27 anni.

«Questo è un traguardo importante - spiega Isabelle Demeestere, che ha coordinato il trapianto - perchè sono proprio i bambini i pazienti che possono beneficiare di più dalla
procedura in futuro».

Oltre che per malattie come questa, ricorda Nicola Surico, presidente del Collegio dei Chirurghi e past president della Società italiana di ginecologia (Sigo), l'altro campo di
applicazione delle tecniche che preservano la fertilità è quello dei tumori.

«È un tema molto attuale perchè si sta abbassando molto l'età in cui compaiono alcuni tumori, come la leucemia o come quelli che riguardano proprio l'apparato riproduttivo -
spiega - le tecniche di congelamento dell'ovaio, completo o in parte, sono ormai eseguite anche in Italia, con il primo caso che risale al 2012 a Torino».

In Italia, spiega Surico, ci sono circa mille donne che avrebbero bisogno di queste tecniche. «Le società scientifiche stanno facendo grandi campagne di sensibilizzazione tra i medici - sottolinea l'esperto -. Vogliamo che i medici sappiano che c'è questa possibilità, e che informino le pazienti».

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