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LA STORIA

Dodici anni in coma poi il risveglio e il suo racconto: «Dal letto vedevo e sentivo tutto»

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«Il momento più duro quando sentii mia madre che mi augurava di morire. Ero intrappolato nel mio corpo»

Ha vissuto in un guscio impenetrabile per dodici anni. Lui, dentro, sentiva tutto, pensava, desiderava disperatamente comunicare che era vivo, si sentiva vivo. Gli altri, fuori, lo accudivano con amore, lo accarezzavano, lo nutrivano, lo massaggiavano, ma lo consideravano ciò che sembrava, «un vegetale».

Poi quello che appariva impossibile è avvenuto: Martin Pistorius si è risvegliato dal coma, ha ricominciato a comunicare, si è perfino sposato. Oggi per questo sudafricano di 39 anni è arrivato il momento di raccontare al mondo la sua incredibile storia e di aiutare tantissime altre famiglie a sperare. Il suo libro «Ghost boy» (il ragazzo fantasma) è destinato a un grande successo, come ha raccontato nei giorni scorsi la radio pubblica statunitense Npr.

Tutto comincia quando Martin ha appena 12 anni. È sano, felice, vive coi genitori Joan e Rodney e i due fratelli in Sudafrica. Da grande vuole fare il tecnico elettronico. Ma un giorno Martin torna da scuola e lamenta un forte mal di gola. È l'inizio di un incubo. I medici ritengono si tratti di meningite da criptococco. Il suo stato di salute, però, peggiora progressivamente: il suo corpo si debilita, non riesce più a camminare, perde la capacità di parlare. Ai genitori i dottori non danno grandi speranze: Martin non c'è praticamente più, è paralizzato. «Resterà per sempre col cervello di un bambino di tre anni, prendetevi cura di lui finché non morirà» dicono con rassegnazione. Ma Martin non muore, resta intrappolato nel suo corpo. Le foto pubblicate lo ritraggono adolescente rannicchiato in un letto, con lo sguardo perso nel vuoto, mentre Joan e Rodney si prendono cura di lui 24 ore su 24, come fosse un neonato.

Ogni mattina lo portano in un centro per la riabilitazione, alla sera lo riportano a casa. Il papà Rodney racconta: «Gli davamo da mangiare, lo mettevamo a letto e io mettevo la sveglia ogni due ore per girarlo dall'altro lato in modo che non subisse piaghe da decubito».

Ogni giorno è uguale a quello precedente. Nessun passo in avanti, nessun passo indietro. Circa due anni dopo essere finito in quello stato, il giovane però inizia a essere sempre più cosciente. Ora sente tutto, vede tutto ciò che accade intorno a lui. Ma non può farci niente, non può muoversi. È lui stesso a raccontare questa fase della sua vita da «ragazzo invisibile». «Mi sono risvegliato e ho cominciato a essere cosciente di ogni cosa che mi veniva fatta o detta, ma per gli altri non esistevo quasi più. Mi trovavo in un luogo molto buio» racconta oggi nel libro. «A poco a poco ero cosciente dei giorni e delle ore che passavano. La maggior parte li ho dimenticati, ma ho vissuto gli eventi salienti della storia. Mandela presidente nel 1994 è un ricordo vago, ma la morte di Diana nel 1997 è chiaro». La strage dell'11 settembre è un ricordo lucidissimo, ma non riesce a comunicare nulla agli altri.

Tutto ciò che Martin ha in quegli anni sono i suoi pensieri. E ruotano attorno a un’unica cosa: passerò il resto della mia vita così? Verrò salvato? Qualcuno potrà mostrarmi ancora tenerezza e amore? A un certo punto del suo percorso Martin capisce che deve allontanare i pensieri tristi e stimolare solo quelli positivi. «Diventavo sempre più cosciente della disperazione e del dolore di mia madre, ora riuscivo a comprenderla» racconta ancora. E rivela che il momento più brutto per lui è stato quando sua madre gli ha detto: «Spero che tu possa morire». Un momento di disperazione nel vedere quel figlio biondo, bellissimo, apparentemente lontano anni luce da lei.

Una storia struggente in cui si rincorrono ricordi drammatici e comici nello stesso tempo. Gli infermieri nel centro di riabilitazione lo mettono ogni giorno davanti al televisore. E in tv c’è un’unica cosa, a ciclo continuo: «Barney», una serie per bambini di età prescolare. Barney è un tirannosauro viola, che istruisce i giovani spettatori saltellando e cantando. Una tortura per quel giovane che va crescendo. «Non posso nemmeno esprimere quanto lo odiassi», rivela oggi Martin, che ha ricominciato una vita normale.

Dopo 12 anni di «assenza» il suo corpo comincia a reagire. Gli occhi seguono gli oggetti, i muscoli si rafforzano e può sedersi in carrozzina, comincia a comunicare con l'aiuto di un programma informatico. Trova perfino un lavoro al comune, ma Martin decide di finire i suoi studi, si iscrive al college, studia informatica e oggi, in Inghilterra, a Harlow, ha un'azienda di web design tutta sua, anche se comunica solo attraverso un pc. Ha coronato questa vita riconquistata con l'amore della sua vita, Joanna, un'assistente sociale, con cui si è sposato nel 2009.

Una storia che assomiglia a un «miracolo», ma che è meno rara di quello che si possa immaginare. Ne sanno qualcosa i medici e i terapisti che ogni giorno salvano la vita di vittime di incidenti e forti traumi. Damiano Mazzarese è il primario di Anestesia e Rianimazione I degli ospedali riuniti Villa Sofia-Cervello, a Palermo. La sua équipe lavora incessantemente per tenere in vita le persone. Quando i pazienti vengono fuori dalla fase acuta, sono inviati nelle unità di risveglio, che in Sicilia sono solo a Messina, Sciacca e Cefalù. È lì che poi avvengono i «miracoli». "Tutto dipende da quale area viene colpita dalla lesione cerebrale che causa cortocircuiti elettrici - spiega il dottor Mazzarese -. I tempi di ripresa sono molto lunghi, ma le unità di risveglio cercano di attivare le vie elettriche secondarie che possono supplire alle funzioni danneggiate».

È proprio in questa fase, quando il coma non è più profondo, che le voci familiari, la musica più amata diventano stimoli capaci di uscire fuori dal «silenzio» e riappropriarsi pienamente della vita.

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