Giovedì, 21 Novembre 2019
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IL LEADER

M5s, Di Maio frena i "ribelli" e lancia il vincolo di mandato

Pugno duro contro i potenziali fuoriusciti, toni più morbidi nei confronti dei dissidenti "storici" del M5S e una proposta che si rivela ben presto un ballon d’essai, l’introduzione del vincolo di mandato in Costituzione.

Luigi Di Maio, accerchiato Oltreoceano dal malcontento interno ai Cinque Stelle e dal rischio di nuove fuoriuscite, tenta di correre ai ripari. Rilanciando una proposta cara al Movimento ma, al momento, poco praticabile: il vincolo di mandato. Sulle parole di Di Maio, infatti, Pd e renziani insorgono ed è lo stesso ministro degli Esteri a fare una mezza marcia indietro: «Non voglio un muro contro muro, contemperiamo libertà dell’individuo e l’evitare che i cittadini vengano traditi con il cambio di casacca», spiega.

«Di Maio vuole scherzare...», taglia corto il capogruppo Pd Andrea Marcucci mentre Ettore Rosato chiude: «la proposta fa male alla Costituzione». Ma l’azzardo di Di Maio è dettato dalla volontà di impedire che la polveriera pentastellata si accenda. Il numero dei potenziali «ex» - direzione Lega ma soprattutto Italia Viva - non è ovviamente noto ma i rumors di palazzo sono allarmanti: a Palazzo Madama ci potrebbero essere nuovi addii, alla Camera anche.

Il malcontento nei confronti del leader è diffuso soprattutto tra chi non ha ottenuto posti di governo, li ha persi, o li ha visti perdere ai colleghi più «vicini».

Un’assemblea ad hoc al Senato, nei prossimi giorni, chiamata a esaminare il tema del nuovo capogruppo, rischia di trasformarsi nell’ennesimo ring mentre alla Camera gli 11 candidati a capogruppo lasciano prevedere che i tempi per avere il successore di Francesco D’Uva saranno lunghi. E l’ira di Di Maio è palpabile: si narra - ma dallo staff del ministro non confermano - di un sms che il leader del M5S avrebbe inviato a Gelsomina Vono poco prima del suo addio. Sms in cui il leader avvertiva la senatrice del rischio di essere "marchiata" per il suo passaggio a Italia Viva. Da New York il capo politico fa una netta distinzione tra «chi muove giuste critiche e chi va via perché non ha ottenuto nulla per sé».

I primi «li ascolterò», i secondi «dovranno pagare 100mila euro per danni di immagine, come da Statuto», avverte Di Maio. Chiamato ad accelerare sulla riforma del M5S, sia sul comitato centrale dei 12 («saranno eletti su Rousseau», sottolinea a chi lo critica perché saranno scelti dall’alto) sia nei territori, dove l’alleanza con il Pd in Umbria può creare nuove slavine.

In Emilia-Romagna e Calabria il «no» del M5S all’alleanza con i Dem è piuttosto diffuso. E domenica a Firenze i «ribelli» si riuniranno nuovamente, magari con l’obiettivo di stilare una "carta di Firenze» che certifichi il loro dissenso. Un dissenso al momento poco etichettabile. Non riguarda, ad esempio gli ortodossi e altri attivisti storici, come Barbara Lezzi o Giulia Grillo, pur manifestando il loro malcontento, assicurano che resteranno. L’attenzione sui potenziali fuoriusciti potrebbe invece spostarsi su i vincitori degli uninominali, meno «legati» al Movimento. Movimento che, nelle prossime settimane, è chiamato ad affrontare anche il tema ius soli.

«Ma se dicessimo: va bene, la prossima settimana si fa il taglio dei parlamentari. Ma quella dopo, cari alleati, con la stessa urgenza e la stessa enfasi, facciamo lo ius soli», propone Matteo Orfini. E la proposta, a Italia Viva, piace, così come agli ortodossi M5S come Giuseppe Brescia. Matteo Salvini già annuncia le barricate. I vertici 5 Stelle, per ora, glissano. Ma garantiscono al Pd il cambio della legge elettorale.

«Noi saremo leali sul fatto che bisogna trovare la quadra», assicura Di Maio indicando il metodo del dibattito: «si trova un accordo e lo si comunica in pubblico, evitiamo che l’Italia sprofondi nella discussione su sbarramenti e soglie».

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