Martedì, 01 Dicembre 2020
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SULLA "LISTA NERA"

L'Ucraina mette al bando Berlusconi per 3 anni dopo una visita in Crimea

KIEV. Kiev bandisce per tre anni Silvio Berlusconi «per motivi di sicurezza nazionale» dopo il suo recente viaggio in Crimea con Vladimir Putin e lo mette sotto inchiesta per appropriazione indebita di un bene pubblico di valore rilevante: una bottiglia di sherry de la Frontera del 1765 - valore 150 mila dollari - degustata insieme al leader del Cremlino nelle storiche cantine di Massandra, vicino a Yalta. Ma l'Ucraina finisce sotto una pioggia di critiche internazionali nel rispondere alle elezioni convocate dai ribelli filorussi del Donbass con nuove sanzioni che colpiscono anche una quarantina di giornalisti russi e occidentali, tra cui tre della Bbc in servizio a Mosca: tutti banditi per un anno perchè ritenuti una «minaccia, attuale o potenziale, per gli interessi nazionali, la sicurezza del Paese e l'integrità territoriale dell'Ucraina».

Il presidente Petro Poroshenko è stato così costretto a fare una rapida quanto imbarazzante marcia indietro ordinando la rimozione dalla blacklist dei reporter del prestigioso media britannico. Ad aprire il fuoco era stata la stessa Bbc: «si tratta di un attacco vergognoso contro la libertà di stampa», aveva accusato il capo della redazione Esteri, Andrew Roy. Duro anche il comitato per la protezione dei giornalisti (CpJ), con sede a New York: «il governo può non amare o essere in disaccordo con certe coperture giornalistiche, ma qualificare i giornalisti come minaccia potenziale per la sicurezza nazionale non è una risposta appropriata». Sulla stessa lunghezza d'onda Reporter sans frontieres: «siamo pienamente coscienti della guerra d'informazione sull'Ucraina, ma interdire dei giornalisti e dei blogger in nome della sicurezza nazionale è una risposta inadeguata e assolutamente sproporzionata». Reazioni negative anche tra le istituzioni europee, dalla preoccupazione espressa dal commissario per la politica di vicinato europeo Johannes Hahn alla censura di Dunja Mijatovic, rappresentante Osce per la libertà dei media, che ha chiesto a Poroshenko di escludere i giornalisti dalla blacklist. Appello rilanciato dal Consiglio d'Europa e poi accolto dal presidente ucraino, in nome di una libertà di stampa che dichiara come «un valore assoluto» ma che mal si concilia con le sue decisioni.

Il Consiglio per la sicurezza ha poi rimosso i nomi di altri tre giornalisti europei, sempre alla luce del «considerevole interesse pubblico e del significato strategico delle relazioni con la Ue»: si tratta dei freelance spagnoli Antonio Pampliega e Angel Sastre - che sono scomparsi in luglio e si teme siano stati rapiti da uomini dell'Isis - e del tedesco Michael Rutz, che lavora per Die Zeit e la Frankfurter Allgemeine Zeitung, ma che non è mai stato in Ucraina«. Nessuno sconto invece per i giornalisti di altri Paesi nè, tantomeno, per quelli dei principali media russi: le agenzie statali Tass e Ria Novosti, le emittenti filo Cremlino Russia Today, Primo Canale, Rossia 24 e Ntv, i quotidiani filo governativi Izvestia e Rossiskaya Gazeta. Tra le circa 400 persone sanzionate da Kiev, oltre ai capi separatisti del Donbass, ci sono anche alti dirigenti russi, come il ministro della difesa Serghiei Shoigu, o il leader ceceno Ramzan Kadyrov. E tra le 90 entità giuridiche finite nella blacklist figurano grosse società russe come Aeroflot e Transaero, Gazprombank, Bank of Moscow, Kaspersky. Mosca, che si riserva di rispondere, ha subito convocato l'incaricato d'affari ucraino in Russia, Ruslan Nimchynskiy, per manifestare la sua »forte protesta« e chiedere chiarimenti su sanzioni »odiose« e »inaccettabili«, che »minano l'attuazione degli accordi di Minsk e la normalizzazione dei rapporti bilaterali«. E ha difeso la convocazione delle elezioni da parte dei ribelli come un »passo forzato, suscitato dalle violazioni da parte delle autorità di Kiev degli accordi di Minsk«, tra cui il mancato dialogo diretto col Donbass. Le sanzioni ai giornalisti hanno consentito al Cremlino di ergersi paradossalmente anche a paladino della libertà di stampa, unendosi al coro di critiche occidentali: una brutta scivolata, per il presidente di un Paese 'rinatò dalla rivoluzione del Maidan in nome delle libertà democratiche.

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