Domenica, 25 Ottobre 2020
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IL CASO

Renzi: dal Pd su Azzolini un voto maturo

ROMA. Nessuna dietrologia ma un voto «maturo» e «in buona fede», giunto dopo un'attenta lettura delle carte. Ieri a 48 ore dal «no» del Senato all'arresto di Antonio Azzollini, il premier Matteo Renzi tenta di chiudere una volta per tutte un caso che ha ulteriormente accesso lo scontro interno ai Dem. E lo fa affermando, senza mezzi termini, che il Parlamento «non è un passacarte della Procura». Parole che non alimentano un nuovo scontro con magistratura ma accendono la polemica tra il premier e Dario Stefano, presidente di quella Giunta delle immunità del Senato sconfessata dall'Aula, che parla di punto di vista «imbarazzante». Renzi, tuttavia, ieri, ha voluto mettere un punto alla questione, ribadendo la convinzione del rispetto rigoroso e reciproco delle competenze. Principio che vale per tutti, anche per la magistratura. «Avendo grande rispetto della Costituzione, diciamo che rispettare la magistratura è rispettare le competenze dei giudici e anche degli altri», scandisce il premier che se da un lato incassa l'applauso dello stesso Azzollini («una dichiarazione esemplare»), dall'altro provoca l'ira di Stefano. «Il premier conservi equilibrio anche nei momenti di difficoltà e rispetti l'assoluta autonomia delle Camere in materia di immunità parlamentari», sbotta l'esponente Sel difendendo il lavoro della Giunta e la sua autonomia e definendo «imbarazzante» un «punto di vista così affrettato e superficiale sul lavoro svolto dalla Giunta». Dal pm di Trani, Carlo Maria Capristo, arriva invece un secco no comment, mentre il presidente dell'Anm Rodolfo Sabelli sceglie di non «alimentare inutili polemiche». Ma nel Pd la polemica è tutt'altro che spenta. «Poteva esserci fumus persecutionis, credo alla buona fede e all'intelligenza dei senatori», assicura Renzi difendendo la lettera con cui il capogruppo al Senato Luigi Zanda indicava la linea della libertà di coscienza. Una linea «ipocrita» perchè, se si poteva cambiare idea, andava fatto «a viso aperto», affonda Alfredo D'Attorre esternando un sospetto, quello delle «motivazioni politiche» della sconfessione del voto della Giunta, che nella minoranza Pd serpeggia con insistenza. Il sospetto cioè - alimentato anche dai rumors parlamentari delle scorse ore - di evitare una scelta che avrebbe rischiosamente destabilizzato Ap, principale alleato del Pd al governo. E se il caso del senatore pugliese è ormai destinato ad essere archiviato dalla cronaca politica, la scelta del Pd su Azzollini potrebbe tornare presto d'attualità con un altro caso, quello dell'alfaniano Giovanni Bilardi, sul quale la relatrice in Giunta delle immunità, la Dem Stefania Pezzopane, si è espressa con un sì all'autorizzazioni a procedere con i domiciliari. Ma non c’è solo il caso Azzolini ad agitare questa estate rovente. Renzi
deve fare i conti con la minoranza Pd che giovedì al Senato ha mandato giù il governo sul canone Rai. Il premier manitiene la calma e al contrario del suo braccio destro Luca Lotti che denuncia una «pugnalata alle spalle» non alza i toni dello scontro: «Io non lo avrei mai fatto», si limita a commentare. Senza minacciare sanzioni o espulsioni replica però a muso duro al «segnale politico» che gli è stato recapitato sulla riforma della Rai: «Le polemiche interne al Pd andrebbero gestite dentro il Pd - scandisce il segretario-premier - approfittare delle assenze in Aula è un metodo che non mi appartiene, poco rispettoso dell'idea stessa di comunità, ma non ci fa paura. Andiamo avanti più decisi e determinati di prima. Abbiamo i numeri al Senato». Dunque la prossima settimana chiuderà la riforma della P.a. e i decreti in scadenza, poi a settembre andrà avanti su unioni civili, Rai e riforme. Slittano i tempi, ma si procede «più convinti e decisi di prima», assicura il premier. A ostacolarlo, ammette Renzi, c'è una minoranza Pd che si muove «su una posizione congressuale». La minoranza Pd rivendica la sua mossa politica: «Abbiamo presentato un documento serio sulle riforme e siamo ancora in attesa di una risposta. Ci sentiamo chiamare ”musi lunghi”, ci dicono che al massimo siamo 8 o 9: abbiamo fatto sentire che ci siamo, giovedì 19, sulle riforme 25 senatori».

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