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Letta: "Le mie critiche a Italicum? Nessun doppio fine, non mi candido"

"Penso che chi ha responsabilità di guida, soprattutto su questioni che riguardano le regole condivise, deve in primo luogo convincere e coinvolgere", ha detto l'ex premier
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Enrico Letta

ROMA. «Non ho doppi fini, nè mi candido a nulla. Affermo solo, con tutta la libertà intellettuale di cui sono capace, che chi ha responsabilità di guida, soprattutto su questioni che riguardano le regole condivise, deve in primo luogo convincere e coinvolgere. Così vince davvero. Altrimenti, vince sulle macerie». Lo scrive l'ex premier Enrico Letta in una lettera alla Stampa in cui sottolinea che quello sull'Italicum sarà per lui «tra gli ultimi atti da parlamentare, forse uno dei più sofferti».

«La democrazia italiana - scrive - ha valori e anticorpi più forti di quanto non immaginiamo. E non c'è una sola importante conquista della nostra intera storia unitaria che sia stata raggiunta a colpi di forzature e personalismi. Andiamo lontano solo quando riscopriamo il coraggio e la capacità di farlo attraverso un grande sforzo collettivo». Letta definisce «strumentale» il tentativo di rintracciare «una vincolante continuità tra il disegno di legge e i lavori della Commissione per le riforme guidata dal ministro Quagliariello» nel governo da lui presieduto. E sottolinea poi sul metodo di approvazione della legge elettorale la sua «profonda contrarietà rispetto alla scelta del governo di porre la fiducia sulla principale legge che investe le istituzioni e le regole comuni. Una legge così delicata come quella elettorale - spiega - deve essere sottratta 'al capriccio o all'abuso delle maggioranze occasionalì. Lo si legge, peraltro, proprio nella Relazione finale della Commissione Quagliariello».

«L'impressione è che una parte del partito faccia fatica ad accettare la leadership di Renzi. Cosa incomprensibile, vista la sua vittoria alle primarie e poi il 40 per cento di voti superato dal Pd alle elezioni Europee». Lo dice al Corriere della Sera il sindaco di Torino ed esponente del Pd, Piero Fassino. «Questo - dice a proposito del voto di ieri sull'Italicum - è il quarto miglior risultato sulle 17 fiducie chieste dal governo Renzi. E anche se tutti gli assenti avessero votato contro, la fiducia sarebbe passata: prova di solidità della maggioranza». «Se, dopo mesi di dibattito, si fosse di nuovo cambiato il testo, la legge sarebbe tornata al Senato: tutto daccapo, sarebbe finita su un binario morto». «Oggi abbiamo un Parlamento in cui nessuno è stato scelto dagli elettori. Con la nuova legge, salvo i capilista, indicati col nome sulle schede, gli altri saranno scelti con le preferenze». Comunque «non si toglie la fiducia al proprio governo a causa di un singolo atto legislativo - sottolinea -. Segnalo che esponenti significativi che vengono dall'area Bersani hanno votato la fiducia». Fassino li cita, «Orlando, Martina, Amendola, Mauri, Damiano, per esempio. Non è un caso che si tratti dei più giovani di quell'area. Hanno percepito per primi che non ci si può chiudere nel ghetto del rifiuto».

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