Mercoledì, 20 Marzo 2019
L'ANALISI

Mafia, giovani eredi e vecchi linguaggi

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C’è un rito che si perpetua ad ogni blitz di mafia. Una passerella del disonore, che tale dovrebbe essere negli intendimenti di inquirenti e forze dell’ordine e che, a prospettive invertite, muta in liturgia dell’aberrazione. Un complesso e mai casuale intrigo di gesti, sguardi, smorfie, espressioni, baci e occhiolini, una sorta di ricca semantica visuale che molto racconta dei suoi protagonisti, almeno quanto le ordinanze di custodia e le sentenze che ne segnano le sorti.

Atteggiamenti che sembrano rispondere a una codificazione ben definita, studiata a tavolino, per mostrarsi forti, muscolari, ma allo stesso tempo sardonici, rilassati. Come se si trattasse in fondo dell’ordinaria e fisiologica celebrazione di un passaggio, una tappa inevitabile nell’evoluzione delinquenziale di capi e picciotti. Gli arresti e le condanne orgogliosamente esibiti come medaglie, come un reduce di guerra con le sue cicatrici.

C’è molto del linguaggio figurativo mafioso nei pochi secondi in cui i due rampolli vengono mostrati alle telecamere, ai fotografi (e agli immancabili parenti) mentre – tenuti sotto braccio da un paio di carabinieri - escono dalla caserma per essere condotti in carcere. Loro due, chiamati al ruolo che fu del nonno in un caso e del padre nell’altro. Più degli altri cinque, soldati e luogotenenti più dimessi, spaesati e imbronciati, sotto braccio ai poliziotti. Quasi come se il ruolo imponesse l’atteggiamento e quest’ultimo legittimasse e sancisse il ruolo.

Il primo a uscire è Calogero Lo Piccolo, figlio e fratello – nonché erede - di ergastolani, con una fedina penale già segnata. Non nasconde le manette, si guarda attorno e mantiene sempre lo stesso ghigno tendente a un beffardo sorriso. Ostenta sicurezza, nel suo look molto informale: giubbotto, maglia in pile, pantaloni di tuta, sneakers.

Simile tenuta – quasi una divisa, bisogna essere comodi e informali, l’attività si dipana fra bassi, botteghe e marciapiedi – per Leandro Greco. Lui la fedina penale l’ha ancora immacolata, ma a 28 anni comanda già a Ciaculli, nel feudo che fu del nonno, il Papa di Cosa nostra. Si fa chiamare come lui, Michele, per legittimare ulteriormente il suo ruolo. E in quei pochi secondi necessari per scendere dieci gradini c’è tutta la spocchia del mafioso rampante e guascone, al netto delle manette tenute nascoste sotto a un cencio: prima fa un occhiolino, poi lancia due baci, poi borbotta qualcosa, quindi si guarda attorno e infine manda altri due baci. Il tutto senza mai modificare quella maschera facciale declinata al sorrisetto sbruffone. Il messaggio è chiaro: tranquilli, è tutto ok, sto a sostanziare il curriculum. Il tutto in un rapido poutpourri di smorfie e ammiccamenti.

Nel suo libro «Il linguaggio mafioso», presentato proprio a Palermo poche settimane fa, il ricercatore di linguistica italiana Giuseppe Paternostro esamina e analizza in modo minuzioso i modi di fare, i toni di voce, le espressioni del prototipo mafioso, capace di dire senza parlare. Tanto che - sottolineava – «proporrei di togliere il termine silenzio e userei ambiguità, perché quello della mafia non è un linguaggio assente ma un linguaggio ambiguo, è attraverso il suo dire e non dire che si rapporta col mondo esterno».

Provate per un attimo, in un rapido flashback, a ricordare i volti e le espressioni di Riina e Provenzano al momento dei rispettivi arresti: latitanze fiume – quasi leggendarie – che si chiudevano consegnando all’iconografia di genere i loro volti mai immusoniti, mai imbronciati, semmai piegati a un ghigno che ne documentava la lapidaria ferocia. E proviamo a ricordare i sorrisi sarcastici di Michele Greco dietro le sbarre del maxiprocesso, quando nell’ultima udienza prima della sentenza augurava alla Corte che «la pace vi accompagni per il resto della vostra vita».

I nomi, gli arrestati, le indagini: tutte le foto del nuovo blitz contro la cupola della mafia a Palermo

Erano segnali anche quelli. Che loro come altri si sono portati in carcere fino alla morte. E che però si perpetuano ad ogni nuova retata di mafia. Oggi come allora. Perché se è vero che non è giusto che le colpe dei padri ricadano sui figli, è altrettanto vero che certi figli (o figli di figli) sono eredi non solo all’anagrafe. Fra sorrisi beffardi e bacetti rassicuranti. Criminali i primi come i secondi. I padri come i figli. I nonni come i nipoti.

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